Una riflessione per il mese di Giugno
L’amore al Sacro Cuore di Gesù, nella vita e negli scritti di Don Francesco MottolaNella vita del beato don Francesco Mottola il Cuore Sacratissimo di Gesù ha avuto un ruolo primario tanto da lasciarsene assorbire in ogni aspetto del suo essere e del suo agire. Ispirandosi ad una preghiera del beato Claudio de la Colombière, l’apostolo del S. Cuore a fianco di S. Margherita M. Alacoque, così il 21 agosto 1930 annotava nel suo Diario dello spirito: “O Sacro Cuore di Gesù, insegnami il perfetto oblio di me stesso, poiché questa è la sola via per cui si può entrare in Voi, ma Voi concedetemi che io non faccia nulla che non sia degno di Voi. Insegnatemi ciò che debbo fare per arrivare alla purezza del vostro amore, di cui mi avete ispirato il desiderio. Io sento in me una grande impotenza di venirne all’attuazione, senza una gran luce di un soccorso particolarissimo ch’io non posso aspettarmi che da Voi. Fate in me la Vostra volontà” (p. 51).

Già nel suo “Regolamento di vita” sacerdotale aveva previsto: “La ruota maestra della mia vita spirituale sarà l’abbandono, completo e assoluto nel Cuore di Gesù: non mi preoccuperò quindi del passato e del futuro; ma agirò nel presente facendomi guidare solamente dal principio dei santi: «quid hoc ad aeternitatem?»”. (Diario, 3 aprile 1924, p. 30). Particolare impegno riservava al mese di giugno, tradizionalmente dedicato al S. Cuore. Così scrive il 2 giugno 1938: “In questo mese di giugno voglio offrirti, o S. Cuore, tutti i superamenti che la mia povera anima compirà in Te”. (Diario, pp. 116-117).
In questi termini ed orientamenti è già bello e delineato il progetto di vita suo e dei Sacerdoti Oblati del S. Cuore, i primi dei quali avevano emesso i voti il 17 giugno del 1930. In occasione del primo corso di Esercizi Spirituali con loro tenuti il 17-21 agosto dell’anno successivo presso il Santuario della Madonna del Carmelo di Monte Poro così pregava: “Gesù, io desidero ardentemente che Tu distrugga in me ogni superbia, che Tu santifichi in unità gli Oblati del Tuo Cuore divino” (Diario, p. 55).
Ancora per loro dettava indicazioni pratiche di spiritualità identificativa: “Gli Oblati del S. Cuore rappresentano lo sbocco storico della spiritualità sacerdotale, più conforme alle esigenze dei tempi…. È necessario, attraverso uno sforzo supremo d’interiorità, far d’ogni sacerdote un cenobita della strada: è il nostro povero sforzo. Gli Oblati del S. Cuore rispondono a questa necessità: ci distinguiamo essenzialmente da tutte le altre famiglie di Oblati, con le quali <convenimus nomine, sed non re>. L’Oblato è il sacerdote che, inserendosi attraverso una religiosità maggiore e più evidente nell’apostolato, vive in un ritorno all’aurora, integralmente la sua vita sacerdotale così come la vocazione richiede”. (Parva Favilla 7, novembre 1939, p. 2).
Anche quando già si prospettava l’emissione dei voti delle prime tre Oblate avvenuta il giorno di Natale del 1933, nel Diario puntualizzava bene la loro fisionomia. “Chi sono le Oblate?”, si chiedeva il 23 agosto 1933: “Le Oblate del Sacro Cuore son le anime cooperatrici del Sacerdote, nel sacrificio e nell’apostolato per la redenzione delle anime. Si uniscono perciò (si consumano in unità) nel Sacro Cuore, per mezzo (e con le disposizioni) del S. Cuore di Maria…. Sono le anime che rispondono sempre <sì> al S. Cuore che ha chiesto e che chiede” (pp. 62-63).
Nella Circolare loro rivolta il 22 giugno 1940 così raccomandava: “Figliuole, in qualunque circostanza ricordatevi d’essere Oblate, cioè, in modo specialissimo, consacrate al Cuore Divino di Gesù. Siate instancabilmente plagiarie di Cristo. Tutto il mondo, nel buio ciclone di sangue che ci percuote (l’Italia era entrata in guerra, ndr), è in attesa di una grande aurora di Santità che lo salvi, perché solo la Santità può salvarlo; perché ogni Santo è Cristo che ritorna”. E qualche anno dopo insistette: “Il Sacro Cuore è il nostro stemma nobiliare ed è quello che dà sussistenza e abbrivo (slancio) perenne. Chi dice Sacro Cuore, dice Golgota, perché dal Calvario sbocciò questo fiore aulentissimo, che profuma l’anima ed il cuore. Di aroma sacro, fatto di martirio e di dono. Tutta la nostra vita deve essere in conformità con lo stemma che dice non grettezza, ma povertà apostolica, ma castità splendida e splendente, ma obbedienza cieca e luminosa”. (Circolare per la Festa del Sacro Cuore 1951).

Non meno esplicito fu con gli Oblati laici, da lui fondati nel dicembre 1937 col nome di Araldi di Cristo Re, poi trasformati in Oblati Laici del S. Cuore, riconosciuti di diritto diocesano il 25 dicembre 1968. A loro così scriveva nella Circolare del 28 luglio 1956: “Figliuoli, siamo gli Oblati Laici del Sacro Cuore, che si offrono a Dio mediante la Carità che abita nel nostro cuore di uomini e urge. Gesù, l’Oblato divino, non ebbe un luogo dove posare il capo, eppure il suo cuore urgeva per tutti gli uomini”. Ed in altra occasione così li esortava: “Noi siamo assetati d’infinito. Nessuna cosa vale a spegnere la nostra sete. La sorgente è il Cuore di Gesù. Andiamo al Cuore che tanto ci ama. L’Oblazione è il cammino di amore sugli abissi immani. Dunque andiamo con la grazia di Dio che non viene negata agli uomini di buona volontà”. (Circolare, 19 luglio 1962).
Al S. Cuore, comunque, don Mottola non intestò solo l’intera famiglia Oblata, ma anche le Case di Carità ad iniziare da quella della Marina di Tropea, da lui sognata e poi donata dal marchese Bernardo Toraldo con l’intervento del vescovo Felice Cribellati. In quella occasione così scrisse entusiasticamente: “La Casa dei Sacerdoti e dei Bambini. La intitolai al S. Cuore perché la risposta e il dono mi venne il primo venerdì di marzo” (PF 3, aprile 1940, p. 2).
Il richiamo al Cuore di Gesù come motore di identità e stimolo di vita è una costante nel rapporto del nostro Beato con la sua famiglia Oblata perché per lui “L’amore del Sacro Cuore non è un amore qualsiasi: è sempre amore di carne divinamente alzato dalla volontà, amore soprannaturale di Cristo incarnato, amore divino di Spirito Santo. La Chiesa per lunghe tappe seguì questo amore, da S. Anselmo a S. Bernardo e a S. Bonaventura … fino alla visione di S. Margherita Maria, che lasciò scritto: <è stato riservato ai tempi attuali di manifestare queste pulsazioni del Cuore di Gesù affinchè il mondo che invecchia e si raffredda nell’amore, vedendo queste meraviglie, torni a nuova vita>”. (PF 22, giugno 1955, p. 4). Il Cuore divino “è’ il Cuore dei cuori. E’ l’unico mediatore il Cristo. Lo Spirito Santo è il cuore fiammante di Dio, è Dio. Ci attira a sé con la sua grazia e con i suoi doni, specialmente con la sua Sapienza. La Sapienza ha il sapore di Dio. In questo vortice si perde il nostro cuore finito”. (PF 32, aprile 1965, pp. 4-5).
Negli ultimi tempi della sua vita terrena, malgrado la sua difficoltà a comunicare a causa della malattia, la sua insistenza si è fatta più pressante soprattutto sugli editoriali di Parva Favilla da lui fondata nel 1933 proprio come organo di stampa degli Oblati. Alcuni stralci: “Noi Oblati del sacro Cuore dobbiamo essere contemplativi e attivi nello stesso tempo, secondo la nostra vocazione. Con l’anima sempre nei Cieli contemplante il Signore e con i piedi sulla terra”. (PF 33, gennaio 1966, p. 5). Ancora: “Abbiamo il Cuore di Gesù non spento, ma vivente nella Eucarestia che rinnova la sua passione e morte. E’ sempre vivente e intercedente per ciascuno, finchè Egli non verrà. Perciò i cristiani pregano perché la Parusia venga presto”. (PF 33, ottobre 1966, p. 4).
E concludo con questo pezzo di spirito: “Il Sacro Cuore di Gesù è l’Eterno che si fece uomo per amore di noi. E’ un mistero straordinario, unitario. L’unità è il principio dell’essere nostro e di Dio. Cristo è venuto nel mondo per un atto di amore di Dio; è morto sulla Croce per un atto di amore di Dio; ci ha dato il suo cuore per un atto di amore di Dio. Dalla Croce sono usciti il Cuore, la Chiesa, i Sacramenti. Andiamo al Sacro Cuore in simbiosi di natura e soprannatura. Il sacro Cuore è il nostro Re”. (PF 35, giugno 1968, p. 4).
(*) Vescovo emerito Mileto-Nicotera-Tropea

