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Vivere una Pentecoste di santità

Lo Spirito Santo, il beato Francesco Mottola e gli Oblati del Sacro Cuore

Al beato don Francesco Mottola tra gli altri sono stati riconosciuti i titoli di uomo universale, di uomo sociale e della carità, ma credo che quello più appropriato per le sue profetiche intuizioni sia quello di “uomo ispirato dello Spirito Santo”. Certamente è proprio lasciandosi condurre ed ispirare dallo Spirito Santo che nel 1930 aveva fondato l’Istituto dei Sacerdoti Oblati del S. Cuore, che, restando sacerdoti diocesani in obbedienza al Vescovo, conducono una vita sacerdotale esemplare di apostolato attivo fuso nella contemplazione, sul modello del “certosino della strada”. Ma non si è fermato qui perché con lo stesso ideale di una spiritualità contemplativo-attiva nella carità ha maturato il valore e l’importanza della consacrazione anche per i laici, per cui nel 1933 fondò le Oblate laiche del S. Cuore, cui fece seguire nel 1937 quello degli Oblati laici, anticipando così profeticamente la Costituzione Apostolica “Provvida Mater” con cui Papa Pio XII il 2 febbraio 1947 sanciva il riconoscimento ufficiale degli Istituti Secolari di consacrazione. 

Don Francesco Mottola (1901-1969) è stato proclamato Beato da Papa Francesco il 10 ottobre 2021.

Con questa spinta interiore e pienamente convinto della ecclesialità dell’apostolato consacrato dei laici, così scriveva nel 1939 su Parva Favilla: “Gli Oblati del S. Cuore rappresentano lo sbocco storico della spiritualità più conforme alla esigenza dei tempi moderni. Intorno a Cristo gli Apostoli e la cooperazione dei discepoli, con i fedeli e le pie donne: i dodici e i settanta rimangono intimamente congiunti per l’apostolato, che è dono di amore ai fratelli. Dopo la Pentecoste, che al mandato divino diede abbrivo (slancio) e fecondità, intorno agli Apostoli (Vescovi) vi sono i sacerdoti (cooperatores mnisterii), congiunti tra loro in intima, essenziale unità d’apostolato… L’Oblato è il sacerdote, ma con i sacerdoti anche i laici consacrati, attraverso l’oblazione di sé, ch’è la sostanza della religiosità. Rimangono laici, ma, come noi sacerdoti, per maggiore efficacia d’apostolato, si consacrano con dono totale di sè e perciò son religiosi”. (PF 7, novembre 1939, p. 2).

Nella vita cristiana e del consacrato il centro è Cristo, ma “lo Spirito Santo divinamente fiammeggia nello spirito di Cristo Signore, l’Unigenito di Dio Padre, che rimane l’unico valore necessario per qualunque sacrificio umano. Sicchè il sacrificio umano rimane ancorato in Cristo e nel Padre suo”. (PF 21, marzo 1954, p. 5). L’amore è “la suggellazione più perfetta del processo trinitario: Il Padre ama il Figlio ed è riamato da questi per mezzo dello Spirito Santo. Tre Persone e un unico Dio. Non sono un modo di essere, ma tre persone nell’unità, anzi nell’unicità. E’ amore che chiede amore, essere passivo che chiede una divinizzazione attiva di amore. Il cuore di Dio è lo Spirito Santo, il cuore dell’Uomo Dio è il Sacro Cuore, l’uomo va cercando l’amore e si riposa nell’amore. L’amore è lo Spirito Santo, che si unisce a noi attraverso la grazia. La grazia è frutto della Parola Eterna e dello Spirito Santo che in essa vi abita”. (PF 23, novembre 1956, p. 4).

Don Mottola ha chiaro che lo Spirito Santo è la ragione intima e suprema della grazia e delle virtù soprannaturali e che “senza la permeazione dello Spirito Santo l’azione diventa nulla, meno di nulla. Lo Spirito Santo agita l’anima con i suoi doni soprannaturali, specialmente con il dono della sapienza che è il sapore di Dio nelle cose altissime. I frutti dello Spirito Santo sono carità, pace, gaudio, pazienza, benignità, bontà, longanimità, mansuetudine, fede, modestia, continenza, castità” (PF 35, luglio 1968, p. 2). Perché l’opera sia perfetta, non basta la semplice buona umana volontà, “ci vuole la grazia accompagnata dai doni dello Spirito Santo”. (PF 34, agosto-settembre 1967, p. 6) 

Due numeri di Parva Favilla, risalenti ai primi anni di vita del periodico d’impegno cristiano, fondato nel 1933 dal beato Francesco Mottola,. La rivista oggi è disponibile anche nella versione online parvafavilla.it

  In poche parole, a suo dire, “l’uomo è formato di materia, di spirito e di Spirito Santo. La materia l’abbandoniamo nella morte tetra, la riprendiamo nel mistero della risurrezione finale del corpo. Lo spirito lo portiamo sempre con noi, è immortale. Lo Spirito Santo prende tutto e pur rispettando la nostra personalità c’immette in Dio Trinità”. (PF 21, luglio 1954, p. 4). Attraverso Cristo lo Spirito di Dio viene nell’anima, la prende tutta mediante i suoi doni e l’assimila a Dio.

Per illustrare questo progetto umano-divino don Mottola usa l’esempio dei tre cuori: “Il cuore finito dell’uomo: con molti vizi, molte possibilità di bene, si aderge verso il bene sommo. Ma c’è un altro cuore, il Cuore di Gesù, il cuore dei cuori d’infinita misericordia. Lo Spirito Santo è il cuore fiammante di Dio, è Dio. Ci attira a sé con la sua grazia e con i suoi doni, specialmente con la sua Sapienza, che è il sapore di Dio. Così la sintesi è perfetta nell’aspirazione perfetta”. (PF 32, aprile 1965, p. 4). Mettersi nelle mani dello Spirito Santo e lasciarsi illuminare da Lui non può che trasformare il nostro apostolato in contemplazione e viceversa il nostro essere contemplativi non può che trasformarsi in apostolica carità: “Quando il lume dello Spirito Santo si accende nell’anima, questa diventerà strettamente contemplativa. E’ questa la nostra dialettica sacra”. (Circolare ai Sacerdoti, 23 luglio 1945).

A questo suo insegnamento e con queste convinzioni don Mottola è rimasto fedele fino alla fine tanto che negli ultimi giorni che precedettero la sua gravissima paresi, a partire dal 16 maggio 1942 scrisse a più tappe nel suo Diario: “Mi sono confessato. Voglio prepararmi ad una Pentecoste di fuoco… e la Pentecoste verrà e, in quel fuoco, il giglio rosso, che è un giglio di fuoco, sboccerà pienamente. Gesù avrai in me una splendida vittoria. Preferisco dannarmi anzicchè non essere in piena sinfonia con te. Sempre con l’Immacolata. Il tempo si congeda in ispazio, che sale e veste di parola anche il pensiero. Tutto questo esige l’Eterno. Ma l’Eterno non si conquista che evadendo dal tempo. Nessuna dissonanza con la volontà di Dio: mai” (pp. 148-149). Ed il 27 maggio, giorno del crollo fisico definitivo, aggiunse: “Eccomi, tutto!”

Come sappiamo, il Calvario di don Francesco Mottola, in totale oblazione “usque ad sanguinem”, si completerà 27 anni dopo, il 29 giugno 1969, giorno del suo pio transito in Paradiso.

(*) Vescovo emerito di Mileto-Nicotera-Tropea