Il 20 maggio 1979 la storica visita a Reggio Calabria, durante la quale la religiosa, proclamata Santa nel 2003, annunciò l'arrivo delle Suore Missionarie della Carità nella nostra regione
Madre Teresa di Calcutta, solo l’amore salverà il mondoDa Calcutta è giunta a noi una lezione di cristianesimo: una piccola grande donna, – Madre Teresa di Calcutta -, ha fatto rivivere lo spirito di Francesco d’Assisi e ha indicato nel servizio agli ultimi la proposta cristiana dell’amore più grande. Nei gesti, piccoli e grandi, della sua vita si è resa presente la tenerezza di Gesù di Nazareth verso gli uomini. Nella sua figura l’affermazione che solo l’amore salverà gli uomini non è stato un modo di dire, ma ha rappresentato la sua scelta perseguita con decisione e con tenacia perché tutti gli uomini potessero sedersi al banchetto della vita. I credenti, e non solo essi, hanno trovano, e trovano ancor oggi, in Madre Teresa un modello di vita con il quale confrontarsi nel difficile cammino di questi anni.

La storia del ‘900 non è solo disseminata dalla distruzione delle tante speranze calpestate e tradite, dalla tragedia immane di Auschwitz e dallo strazio che dell’uomo lì e altrove, allora come in altri passaggi decisivi di questo tempo, si sono consumati impunemente contro ogni logica di umanità, che pure avrebbe dovuto regolare i rapporti tra gli uomini, figli di uno stesso Dio. C’è anche come partita attiva di questa storia una parte di bene, forse non appariscente, ma ugualmente decisiva, testimonianza dell’amore di Dio per l’uomo. Madre Teresa di Calcutta è una delle testimonianze più fulgide e, insieme con lei, ne sono testimonianza i tanti giusti, molti di loro sconosciuti, che con la loro presenza hanno reso il mondo meno brutto.
Dovunque l’uomo è stato deriso, violentato e ucciso e i suoi diritti ignorati e calpestati. Il cuore dell’uomo si è come inaridito e indurito, senza speranza e sempre più solo e sempre più inquieto. La negazione di Dio, tanto gridata da parte di élite intellettuali, e non solo, e scritta perfino nelle costituzioni di stati, ha portato come conseguenza alla negazione dell’uomo, e con la negazione dell’uomo tutta una cultura è entrata in crisi.
Ma la caduta nella barbarie, che tutto ciò comporta, non rappresenta, né può rappresentare, l’ultima parola di questa storia, che rimane, in ogni caso, tragica. Una diversa rilettura di essa è sempre possibile, rileggendo più in profondità tratti e comportamenti degli uomini, meno eclatanti, ma assai significativi. C’è, soprattutto, un fatto da non dimenticare: nel tempo che viviamo, la parte di bene, spesso a molti ignota e sconosciuta, è ugualmente tanta e diffusa nelle diverse contrade del mondo da costituire la riserva ultima dell’amore di Dio per l’uomo, sua creatura vivente, quasi un suo pegno, che ne assicura la vita e la continuità, oggi come ieri. Il mondo non è abbandonato da Dio al suo destino di morte, continua ad essere al centro della sua attenzione e della sua premura. Mercé quella parte di bene operata dai giusti il mondo permane ancora sotto lo sguardo di Dio. Ed è così che, nonostante il tanto male, l’inaudita violenza contro l’uomo e il sangue sparso copioso sulle strade del mondo, il disegno d’amore di Dio sul mondo non viene meno. Perché i giusti ne portano sulle loro spalle il peso e la responsabilità. E Dio non potrà mai dire di no a loro, dimenticandosi del mondo e dell’uomo.
Su questo versante si potrà attingere una diversa e più profonda comprensione degli avvenimenti di questo secolo così tragico e così burrascoso e, soprattutto, l’indicazione di un percorso per il futuro, che renda finalmente possibile l’instaurazione del regno di Dio sulla terra già fin d’ora. Guardandosi attorno, bisognerà, intanto, non cadere nel pessimismo per essere capaci di riconoscere quella parte di bene e quei tanti segni della presenza di Dio nel mondo, attraverso cui Dio stesso continua a parlare agli uomini, credenti e non credenti, e ad operare nel mondo. Non tutti questi segni sono uguali tra loro e altrettanto significativi; alcuni sono più forti di altri ed esercitano una forza di attrazione superiore. A ben guardare, nemmeno oggi, come nei momenti più bui della storia, mancano questi segni; si tratta solo di riconoscerli e di riprendere da essi quei significati cui rimandano. La storia del ‘900 è costituita anche da questi segni, di cui Dio si serve per scrivere la sua storia. Teresa stessa afferma di essere «la matita di Dio. E lui può scrivere ciò che vuole»-

Madre Teresa di Calcutta è uno di questi segni di Dio, definita da Giovanni Paolo II “un dono di Dio al mondo e alla Chiesa”, offerto a tutti gli uomini nel mezzo dei grandi rivolgimenti e contrasti dell’umanità, quando la povertà di molti ha raggiunto livelli vergognosi e la ricchezza di pochi uno scandalo, che grida vendetta. Come reagire di fronte a questa situazione di peccato così grave? Quali comportamenti devono assumere i credenti e quali azioni devono intraprendere in concreto? L’annuncio del Vangelo può prescindere da un’offerta di aiuto e di solidarietà all’uomo in difficoltà? Come coniugare la fedeltà al Vangelo e l’amore alla terra? Quali modelli seguire nella concretezza delle scelte d’ogni giorno?
Sono interrogativi inevitabili, cui Madre Teresa ha dato delle risposte convincenti fino a diventare per questo un modello di vita. Contro chi ha sostenuto che i problemi della povertà e dell’ingiustizia non si potessero risolvere se non con grandi riforme di struttura e accordi internazionali, o addirittura con la rivoluzione e la lotta armata, Teresa ha rivendicato la validità della proposta evangelica, semplice e radicale nello stesso tempo. Non la lotta armata, né la rivoluzione possono assicurare i cambiamenti necessari. E, invece, piccoli gesti d’amore, un sorriso, una stretta di mano, un pane spezzato, un bicchiere d’acqua offerto, uno straccio di vestito donato, un dolore condiviso con i malati, compiuti con gioia, possono cambiare il mondo. Le grandi riforme possono aspettare, ma l’uomo che piange e che muore non può aspettare. Si deve pur dare, nel frattempo, una risposta alla richiesta di aiuto dell’uomo. «La prima donna che vidi morire, racconta Teresa, la raccolsi io stessa per la strada. Era stata rosicchiata dai topi e dalle formiche. La portai all’ospedale, ma non poterono fare nulla per lei. La ricevettero perché io mi rifiutai di muovermi di là fino a quando non l’avessero accettata». Una politica dell’amore è l’eredità che Teresa lascia al nostro mondo, perché «importante non è ciò che facciamo, ma quanto amore mettiamo in ciò che facciamo; bisogna fare piccole cose con grande amore».
Lungo tutto il suo secolo Teresa, vestita con il suo sari bianco orlato di blu, a piedi scalzi o con i sandali, ha camminato per le strade dell’India e del mondo, tra le miserie giù grandi e i contrasti più acuti, testimone dell’amore di Dio per l’uomo, interprete dei bisogni dell’uomo, promotore di solidarietà verso gli ultimi. Consapevole che «tutto quello che si fa per i poveri tra i più poveri, gli abbandonati e i moribondi, è sempre “qualcosa di bello fatto per Dio”», la piccola suora ha riproposto il messaggio evangelico dell’amore più grande, partendo proprio dagli ultimi, nei quali vedeva risplendere maggiormente il volto di Dio. Del suo lungo e faticoso viaggio nel mondo e della grande fatica della sua vita abbiamo ora come memoria e testimonianza i suoi lunghi piedi, che fuoriuscivano dai sandali, e le sue grandi mani nodose in un corpo minuto.
Non c’è uomo, cristiano, indù o musulmano, che non abbia visto o sentito sul volto e nella voce di questa donna un messaggio universale di fraternità, indirizzato a ciascuno, e trasmesso in uno stile di vita povero e austero, lontano dalle mode del tempo. Le frontiere religiose non sono state di ostacolo a questa ricomposizione dei popoli, che si è ricreata in vita, come in morte, attorno alla figura e all’opera di questa donna, nata in Macedonia e portata da Dio nell’India, crogiolo di razze e di religioni, terra di grandi squilibri economico-sociali. La grande partecipazione di tanta gente ai suoi funerali, del resto, ha rappresentato visibilmente quest’unità di fondo che attraversa le grandi religioni.
Ed è così che la morte di quest’umile donna, accompagnata dalle preghiere dei rappresentanti delle maggiori religioni dell’India, è diventata simbolo di un’umanità, che, attraverso tutte le sue più diverse espressioni religiose, glorifica il Dio vivente, per aver dato con Madre Teresa sembianze umane a un’universale aspirazione di amore fraterno, pur presente nelle religioni dell’umanità, ma da sempre impedita e conculcata da ideologie e da pratiche ad essa contrarie e opposte. Anche questo è il miracolo di Madre Teresa
Madre Teresa, come è stato mirabilmente rappresentato nella liturgia funebre in sua memoria, si è identificata tanto con il suo Signore fino a diventare la “matita di Dio”, quello strumento con il quale Dio ha scritto sui volti e nei cuori di milioni d’uomini la storia dell’amore di Dio per l’uomo. Tutta la storia del ‘900 è scritta anche con le tante “matite”, di cui Dio si è servito, di volta in volta, per parlare all’uomo.

La vicenda umana di Teresa non presenta tracce di particolare significato, fino a quando, lei, già professa di una congregazione religiosa irlandese, impegnata nell’insegnamento in un collegio femminile bene di Calcutta, a 36 anni non prende coscienza della drammatica situazione delle centinaia di moribondi che affollavano le strade della città. Mentre viaggiava in treno, era il 10 settembre del 1946, la piccola suora ebbe, infatti, come una rivelazione e sentì forte la “chiamata” da Dio per dedicarsi al lavoro tra i più poveri. Fu un attimo, che cambiò radicalmente la sua vita. I poveri diventarono “soggetto” privilegiato ed esclusivo d’ogni sua azione. Ma non rimase ad aspettarli, perché andò a cercarli sulle strade e nelle case dovunque fossero, così come il “buon pastore” cerca le sue pecore.
La sua vita di tranquilla insegnante finisce lì. E, allora, chiede di uscire dal suo ordine religioso, lasciando le sue sicurezze, si rimbocca le maniche, si prende cura dei morenti e s’inventa un nuovo mestiere: raccogliere i morenti e assicurare loro una morte dignitosa. Li porta con sé, li lava, dà loro un sorriso e li riconcilia con la vita. E insieme ai morenti si prende cura, in un crescendo di allargamento del raggio della sua azione, di bambini abbandonati, di ritardati mentali, di malati di AIDS, di prostitute, e dà loro una educazione, una casa, un lavoro, una dignità, l’amore. E grida, dappertutto ella si trovasse, davanti ai grandi, come ai piccoli, della terra, il suo grande amore alla vita, a quella nascente, come a quella morente. Le strade di Calcutta e i suoi bassifondi diventano, allora, il suo convento.
ho visti qui in cittàMa la povertà non è solo a Calcutta e nei paesi del terzo mondo. La ricchezza non raggiunge tutti gli uomini dell’altra parte del mondo. Ella sa che «è difficile combattere la povertà; ma placare la fame di pane è più facile che saziare la fame d’amore […]; il male peggiore è la mancanza d’amore per il prossimo; il male più grande è la terribile indifferenza per il vicino, per chi vive ai margini, per lo sfruttato, per chi è afflitto dalla povertà e dalla malattia». Una povertà materiale unita a una povertà spirituale, fatta di solitudine, di mancanza di speranza, di disperazione, vive, soprattutto, nelle grandi città del ricco mondo occidentale. E Teresa si apre alla realtà delle vecchie, come delle nuove povertà, aprendo case di accoglienza a Roma, a Milano, a Napoli, e nelle grandi città dell’Europa e dell’Occidente. Lo stile di vita di riferimento rimane lo stesso, a Calcutta come nelle altre città del mondo, nella riscoperta e nella riproposta del Discorso della montagna, che diventa il suo manifesto programmatico.
Una scelta evangelica così semplice, pur così radicale, non poteva non suscitare ammirazione e consenso, presso credenti e non credenti. Contagiati dalla sua scelta, molte sorelle, e più tardi molti fratelli, si unirono a lei in India e nel resto del mondo per intraprendere, sotto la sua guida, un lavoro a favore dell’uomo senza storia, come poteva essere un uomo abbandonato morente sul ciglio di una strada, o qualsiasi essere umano rifiutato dalla società, perché povero, indigente o malato. Nell’uomo abbandonato a morire sulla strada, come Francesco d’Assisi nel lebbroso, Teresa vide Gesù morente e come Francesco non ebbe alcuna esitazione nel seguire la chiamata, cui ella si sentiva essere stata destinata da Dio. Lasciò le sue sicurezze e le sue abitudini e si fece ultima tra gli ultimi. La sua avventura a Calcutta iniziò avendo in tasca solo 5 rupie e una grande fiducia in Dio.
La particolarità della lezione di Teresa di Calcutta sta nello sguardo di compassione e d’amore sull’uomo nel nome di Cristo sofferente. La storia umana assume ora una diversa connotazione, non una storia di morte, ma una storia di vita. Dare la vita, non la morte, diventa l’imperativo che viene proposto a tutti come compito da realizzare. Senza clamore, in silenzio, con letizia e semplicità di cuore, Teresa ha testimoniato Dio tra i fratelli, accostandosi a loro, curando le loro ferite, seminando il sorriso e la gioia e diventando povera con i poveri. A Calcutta e nel mondo ella con le sue figlie e con i suoi figli si è preso cura dell’uomo sofferente e morente, ma rimanendo sempre con il sorriso sulle labbra. «In questo, – infatti – , consiste il più grande dono di Dio: saper accettare tutto con un sorriso – tutto ciò che Egli ci dona, tutto ciò che Egli ci chiede». Perché «la vera santità è fare con un sorriso la volontà di Dio».
La parabola del samaritano, realizzata visibilmente nella propria vita, diventa il paradigma di un modello di comportamento umano, dove l’altro è il fine di ogni azione dell’uomo. Ed è così che i bagliori sinistri del Novecento sono come dissolti dalla luce che proviene dal volto rugoso di Madre Teresa di Calcutta. Una luce di speranza si è accesa nel mondo. Sta ai credenti non spegnere questa luce.

La lezione di Madre Teresa sta tutta qui, nell’aver posto l’altro al primo piano come “soggetto” esclusivo d’amore, dopo aver scorto nell’altro, che si manifesta come il più povero, il volto e le sembianze di Dio. La riscoperta dell’altro come volto di Dio è la risposta del credente all’egoismo e alla solitudine, che caratterizzano il nostro tempo. Vivendo nel mondo c’è il forte rischio anche per i credenti di rimanere invischiati nella mentalità corrente, fino ad arrivare ad assumere comportamenti di chiusura, se non di rifiuto, verso l’altro, ritenendoli perfino legittimi. Non sfugge a nessuno come nella nostra società cristiana non manchino numerose e inquietanti forme, esasperate o sottili che siano, di razzismo, di intolleranza e di chiusura verso l’altro, che rimettono in discussione secoli di predicazione cristiana dell’amore.
Le scelte di vita di Madre Teresa vanno in tutt’altra direzione e disegnano uno spazio di azione entro il quale il credente di oggi può testimoniare la fedeltà al suo Signore nell’accoglienza dell’altro e nel dono di sé. L’altro diventa il Dio più vicino, colui che si dà all’uomo nelle situazioni più diverse della sua vita. L’esperienza di Dio, oggi, diventa possibile nell’incontro con l’altro, nei gesti di comunione che il credente saprà e vorrà costruire insieme con gli altri.
Quale il cammino da seguire per incontrare nell’altro il volto di Dio e le sue sembianze? Quali le scelte concrete da fare? La risposta di Teresa a questi interrogativi è da ricercare nella sua stessa vita, in tutto quello che ha fatto, nelle parole che hanno accompagnato i gesti della sua vita.
Prima di tutto al credente non si richiedono grandi cose. C’è qui la stessa lezione di Teresa di Lisieux, da cui madre Teresa aveva ripreso il nome, che viene riproposta, saldando insieme contemplazione e azione, le due linee che stentano a manifestarsi insieme nella vita dei credenti. Così, come afferma Madre Teresa, «Non è necessario che facciamo grandi cose per mostrare un grande amore per Dio e per il nostro prossimo. È l’intensità di amore che mettiamo nei nostri gesti che li rende particolarmente belli agli occhi di Dio». Ed è con questa intensità di amore, non il ricorso alle armi o a chi sa che cosa, che i credenti potranno conquistare il mondo
Le parole di Madre Teresa sono, a questo riguardo, illuminanti: l’amore verso gli altri deve iniziare dalle persone a noi più vicine per arrivare a tutti, anche a quelle più lontane. «La guerra e la pace cominciano nella casa di ognuno di noi. Se vogliamo veramente la pace per il mondo, cominciamo con l’amarci l’un l’altro nella nostra famiglia. A volte è faticoso sorriderci l’un l’altro, è difficile per un marito sorridere alla moglie, e alla moglie sorridere al marito. Perché un amore sia genuino è necessario che sia soprattutto amore per il nostro prossimo. Dobbiamo amare chi ci sta vicino, nella nostra stessa famiglia. Da lì l’amore si diffonde verso chiunque abbia bisogno di noi. È facile, continua la Madre, amare chi sta lontano. Non è sempre facile amare chi vive vicino a noi. È più facile offrire un piatto di riso per sfamare una persona bisognosa, che fornire conforto alla solitudine e all’angoscia di qualcuno che non si sente amato nella nostra casa».
Nel compimento delle piccole cose, fatte per amore di Dio, sta il segreto di ogni vocazione cristiana: questa è la lezione di Madre Teresa ai cristiani di oggi, racchiusa in pochi versi, quanto mai efficaci:
«Io da sola, non sono nulla.
Egli è tutto.
Da me sola, non sono capace di fare niente.
Gesù fa tutto.
Questo è ciò che sono: una matita di Dio.
Una fragile matita con la quale Egli scrive ciò che vuole».

