Consegnato al missionario comboniano, veneto di Schio (Vi), il riconoscimento intitolato al "sindaco santo" di Firenze giunto alla IX Edizione
L’ Africa del vescovo Christian Carlassare al Premio “Giorgio La Pira” di Cassano IonioHa parlato di una Chiesa dove le cattedrali sono alberi. Di una diocesi, la sua, estesa come due volte la Calabria, con sole 12 parrocchie. Ha raccontato una nazione, il Sud Sudan, dove il mare è ricordato solo dagli allagamenti del Nilo e dove la guerra è una pratica così a lungo diffusa da infiltrarsi nella cultura stessa, senza, tuttavia, spazzar via la speranza: che, al contrario, attecchisce e cresce. Monsignor Christian Carlassare, vescovo di Bentiu, arrivato a Cassano Jonio (CS) per ritirare il “Premio Giorgio La Pira”, ha reso una testimonianza semplice e potentissima della sua Africa, dove è approdato venti anni fa come missionario comboniano e dove è rimasto dopo essere nominato vescovo nel 2021 (il più giovane del mondo) a Rumbek, prima di arrivare tre anni dopo nella sua nuova sede.

“Quando si parla dell’Africa – ha detto nella basilica cassanese di Santa Maria del Lauro gremita di persone – si pensa alla povertà, alle malattie, alle guerre. Ma l’Africa non è povera, è impoverita – ha precisato – : è la terra dove s’impara il Vangelo”. Quel Vangelo che lo ha portato a perdonare chi gli ha sparato addosso, la notte tra il 25 e il 26 aprile di cinque anni fa, ferendo gravemente alle gambe questo pastore che parla di riconciliazione e di pace, e vuole accompagnare il cammino del popolo sudsudanese verso la liberazione: “Una liberazione non solo politica, ma una liberazione più profonda, quella del cuore”.

(Ph Aldo Jacobini)
Il vescovo Carlassare, che oggi ha 48 anni ed è veneto di Schio (Vi), non esita a definire il Sud Sudan come un paese travagliato, fin dal tempo del colonialismo. Poi, dalla fine del colonialismo nel 1955, per tutto il tempo che ha registrato una dominazione della popolazione del Nord Sudan, di estrazione nordafricana, cultura araba e religione musulmana. Fino allo Stato nato da poco, nel 2011, dove la popolazione ha potuto mostrare la propria identità di sudsudanesi, africani, di religione cristiana. “Uno Stato che nonostante tutto – ha spiegato il presule – ancora sconta la violenza, proprio per questa cultura della guerra, che si è insinuata in questa popolazione dopo tanti anni di conflitto. Quindi una sfida grande – ha spiegato mons. Carlassare – è quella di riuscire a curare questa ferita, perché la pace sia possibile”.
Quella pace così pervicacemente agognata, rincorsa, supplicata da Giorgio La Pira, a cui è intitolato il Premio di Cassano Ionio giunto alla nona edizione, grazie all’intuizione ed alla perseveranza del Presidente dell’omonimo Centro Studi, Francesco Garofalo.

Quella pace che non può prescindere della giustizia, come ha sottolineato, ancora una volta, nel suo appassionato discorso, mons. Francesco Savino. Il vescovo di Cassano Jonio, che è vice presidente della CEI, ha annunciato un gemellaggio tra la sua diocesi e quella africana di Bentiu. Quindi, ha insistito in un tema che gli è molto caro: l’incontro tra la fede e la storia che non può non significare l’impegno dei cristiani nel sociale e nella politica, per rimuovere le sacche di povertà e d’ingiustizia. “La denuncia è il primo passo della giustizia”, ha ricordato monsignor Savino, che ha citato La Pira, Dossetti, don Tonino Bello.
Non a caso, “La povera gente attende ancora” è stata la traccia della manifestazione di quest’anno ed anche il filo conduttore dell’introduzione del Presidente del Centro Studi Giorgio La Pira, che ha riecheggiato un celebre saggio – “L’attesa della povera gente” – del Sindaco di Firenze morto in fama di santità. “Posso restare inerte – si è chiesto Francesco Garofalo, con le parole di La Pira – di fronte alle disuguaglianze? Se facessi così, non negherei quella paternità divina e quella fraternità umana che confesso con le labbra?”

