La storia di una vita d'amore
Teresa di Lisieux: la “piccola via” alla santitàNel tempo del tramonto delle ideologie e del vuoto dell’anima, la “piccola via” alla santità, indicata e fatta propria da Teresa di Lisieux, è stata riproposta a tutta la Chiesa come risposta alle domande dei tanti credenti, che, stanchi e inquieti del loro lungo peregrinare tra il silenzio di Dio e la fine delle illusioni, ricercano nella sapienza del cuore la via di accesso al mistero di Dio.
Teresa, forse senza volerlo, è stata una grande maestra di fede ed ha contribuito a rinnovare la teologia più di quanto non l’abbiano fatto i teologi di professione. La sua vita è diventata essa stessa parola di Dio rivolta all’uomo di questo tempo. Credere in Dio non è mai un semplice atto intellettuale, ma un’esperienza d’amore, perché credere in Dio significa, soprattutto, amare Dio. È questa la grande lezione di cristianesimo che Teresa propone ai credenti, una lezione che ha trovato il suo inveramento nella vita stessa di questa “piccola” carmelitana.
Maria-Francesca-Teresa Martin (1873-1897), ultima di nove figli, di cui solo cinque sorelle sopravvissute, fin da piccola sente di appartenere totalmente a Dio e si mette con entusiasmo a percorrere la strada della santità, a cui sa di essere predestinata. Vuole a tutti i costi diventare santa e ci riuscirà. Ma il suo cammino verso Dio non sarebbe stato facile. Avrebbe dovuto rinunciare a sé stessa e ai suoi affetti più cari, passando attraverso dure prove e terribili sofferenze. Nei momenti più intensi della sua esperienza spirituale, ella avrebbe conosciuto anche il dubbio e la notte dell’oscurità e avrebbe creduto di non avere più presso di sé l’amore di Dio e di essere stata da lui abbandonata. Questa ‘assenza’ di Dio avrebbe fatto soffrire molto Teresa. La sua giornata terrena, breve ma intensa, si conclude nella luce dell’incontro con Dio il 30 settembre 1897.

Ella vive gli anni della sua breve esistenza sotto il segno di una grazia, che la circondava, una grazia avvolgente, quasi palpabile, della quale è pienamente consapevole e di questo dono ricevuto non fa che lodare e ringraziare Dio. Sa di essere solo un “piccolo fiore”, come più volte vorrà definirsi, spuntato in un piccolo paese della provincia francese, sul finire del XIX secolo.
La situazione storico-religiosa di quel tempo era delle più complesse e gli esiti sul piano politico-sociale assai incerti. I sussulti rivoluzionari, che avevano interessato la società francese di quegli anni, non erano ancora cessati del tutto. Conflitti tra progressisti e conservatori; tra monarchici legittimisti e bonapartisti si accompagnavano a problemi sociali di vasta portata. Gravi erano stati i danni arrecati sulle coscienze dalla diffusione del positivismo. L’anticlericalismo vi era assai diffuso e la cristianizzazione aveva assunto ormai dimensioni di massa. La comparsa di Teresa nella Francia di fine secolo rappresenta lo sguardo d’amore di Dio sulla Francia e sul mondo e, nello stesso tempo, quasi una forma di giudizio e di condanna da parte di Dio stesso, deluso dagli uomini, che avevano finito per emarginare Dio sostituendolo con l’idea di un progresso indefinito, ad opera dell’uomo emancipato dalla religione. La lezione di Teresa va controcorrente: solo l’amore di Dio potrà salvare il mondo. Guardando il mondo più in profondità, con lo sguardo di Dio e senza lasciarsi suggestionare dal male, Teresa poteva dire che “tutto è grazia”.
Nella famiglia Martin Dio occupa il posto esclusivo e si respira una fede cristiana robusta. Luigi Martin e Zelia Guérin, piccoli borghesi di Normandia, orologiaio l’uno e merlettaia l’altra, sono un modello di vita cristiana per tutti e, particolarmente, per i loro figli. Già da piccola Teresa dirà a se stessa: “sarò religiosa” e si dispone a non rifiutare nulla di quanto Dio vorrà da lei. E lei tutto darà, senza nulla trattenere per sé, diventando come un ‘piccolo pennino’ nelle mani di Dio. Servendosi della disponibilità di Teresa di essere un suo strumento docile, Dio potrà di nuovo parlare agli uomini di ieri, come di oggi.
L’infanzia di Teresa è segnata dalla morte della madre, avvenuta quando aveva appena quattro anni, e dall’entrata nel Carmelo delle sorelle Maria e Paolina, alle quali ella era particolarmente legata. Ma tutto procede secondo il piano prestabilito da Dio, che vuole per sé tutta la famiglia Martin: madre, padre, figlie, tutti loro appartengono a Dio in una maniera particolarissima, e Teresa in una maniera ancora più particolare. La casa Martin si svuota piano piano per far posto alla signoria di Dio.
Giovanissima, aveva appena quattordici anni, anche Teresa chiede di diventare carmelitana scalza. Non è facile per lei realizzare il suo desiderio; gli ostacoli sono tanti, soprattutto la minore età. Ma insiste nella richiesta, riesce a convincere il padre e i suoi parenti, si reca a Roma dal Papa Leone XIII, fa domanda al Carmelo, parla con il Vescovo. La sua determinazione è tanta da riuscire ad ottenere, alla fine, il consenso necessario. Superate tutte le difficoltà, il 9 aprile 1888, a quindici anni, entra nel Carmelo, realizzando così il sogno della sua vita. Teresa, ‘soggetto’ di una predilezione particolare da parte di Gesù, si rende disponibile all’azione di grazia del suo Sposo. Ora il mondo rimane nella sua memoria come luogo degli anni felici della sua infanzia. La sua diventa una corsa folle per raggiungere nel più breve tempo possibile il suo Sposo nel Paradiso.
Teresa brucia la sua fugace esistenza sulla terra guardando il mondo da dietro le grate di un convento di clausura e consumandosi d’amore per Dio e per gli uomini lontani. Vorrebbe andare in terra di missione e sarebbe stata destinata ad andare a Saigon, se la malattia non l’avesse consumata prima. Ma, pur rimanendo confinata a Lisieux, l’orizzonte dischiuso al suo sguardo va ben al di là del piccolo pezzo di cielo, che da quel convento si poteva osservare. Perché il mondo intero è racchiuso nella sua cella, e tutti gli uomini, dovunque si trovino, vuole raggiungere, accompagnandoli e sostenendoli nel cammino verso Dio. Il suo sguardo si posa, soprattutto, sui peccatori, che vuole ricondurre a Dio, e sui missionari, ai quali non farà mancare il suo aiuto, fatto di preghiera e di sacrificio. La preghiera e il sacrificio della sua vita rappresentano tutto ciò di cui dispone per presentarsi a Dio e affrettare il gran giorno del suo ritorno. Piuttosto che ‘amare Dio’, ella vuole, soprattutto, ‘far amare Dio’.
Muore nel Carmelo di Lisieux a 24 anni, consumata dalla tisi, che non le dava più tregua, tra indicibili sofferenze, ma conservando sempre il sorriso sulle labbra. Le sue ultime parole furono «Dio mio… io … ti amo».
Teresa: una maestra di fede per il nostro tempo
Nella Storia di un’anima, scritta da Teresa su sollecitazione della sorella Paolina anch’essa carmelitana scalza a Lisieux, eletta priora per la prima volta nel 1883, racconta la storia della sua vita e della sua vocazione. Teresa non ha scritto particolari trattati spirituali o teologici di grande respiro, o opere impegnative, ha scritto solo queste note autobiografiche, parlando di sé e del suo amore appassionato per Gesù. Tutto questo, insieme con l’insegnamento, rappresentato dalla sua stessa vita, le è valso il titolo per essere dichiarata “dottore” della Chiesa ed essere proposta come maestra di fede a tutti i credenti. Teresa è una maestra di fede particolare, una maestra per gli uomini del nostro tempo, quando i maestri, già rari, sono anche in fuga, perché non hanno nulla da dire, dopo che hanno consumato tutte le parole, diventate vane e impotenti.

La Storia di un’anima non è un libro devozionale, è, soprattutto, un libro di teologia sotto forma di racconto autobiografico. Sottovalutato nel passato, si riconosce ora in esso un chiaro e definito orientamento teologico, le cui linee portanti sarebbero emerse con maggiore chiarezza solo nel dibattito conciliare degli anni ’60 e, ancor di più, negli anni successivi del post-concilio. Il primato della fede sulla ragione e della fiducia sul timore e sulla paura, il valore assoluto della grazia, la riscoperta della Parola di Dio, l’idea della Chiesa come popolo di Dio, il primato della carità, la missionarietà della Chiesa, un rinnovato interesse per l’escatologia, sono questi alcuni dei temi maggiormente evidenziati nella Storia di un’anima e che costituiscono, d’altra parte, gran parte dell’eredità più duratura del Concilio Vaticano II.
La particolarità di questa teologia dell’amore sta nell’aver posto l’accento, contro l’individualismo del suo tempo, anche in campo ecclesiale, sulla relazione del mistero dell’Incarnazione con il mondo dell’uomo. Da qui il desiderio di Teresa di essere nella Chiesa apostolo, sacerdote, martire per poter raggiungere con la sua azione tutto il mondo e diventare così tramite di salvezza per tutti gli uomini della terra. La Chiesa non è solo organizzazione gerarchica, è vita che si comunica ininterrottamente attraverso lo Spirito. Il suo destino si compie sulla terra, dove l’attende «la missione di far amare il buon Dio come io l’amo». Perché «Nel cuore della Chiesa, mia madre, scriveva Teresa, io sarò l’Amore». E lo vorrà continuare ad essere anche quando sarà in cielo: «Se il buon Dio esaudirà i miei desideri – affermerà Teresa il 17 luglio 1897 – il mio Cielo lo passerò sulla terra fino alla fine del mondo. Si, passerò il mio Cielo a fare del bene sulla terra». Paradossalmente a Teresa, dopo tutto, non interessava affatto il raggiungimento di una sua salvezza individuale, interessava, soprattutto, la salvezza di tutti gli uomini. Se solo avesse potuto, avrebbe rinunciato volentieri alla sua salvezza, in cambio del raggiungimento della salvezza di tutti.
Ecco perché le vicende della vita di una piccola e sconosciuta suora di clausura, così come sono raccontate nella Storia di un’anima, sono solo un pretesto narrativo. Attraverso di esse, Teresa, più che raccontare la sua vita, vuole cantare la gioia del suo incontro con Dio, così come l’ha potuto sperimentare nelle diverse fasi della sua vita, dai giorni della sua infanzia fino ai giorni dolorosi del suo compimento. Perciò, dirà Teresa, «non scrivo[…] la mia vita, […] ma i miei pensieri sulle grazie che il buon Dio si è degnato di accordarmi». Il suo incontro con Dio e l’esperienza entusiasmante di quest’incontro, descritto e analizzato nei suoi momenti più rilevanti, diventano essi stessi un progetto di vita spirituale, sotto la forma di un parlare dell’uomo con il suo creatore, dopo che Dio ha assunto l’uomo nella sua vita trinitaria. Teresa riassume nel parlare del suo diario spirituale il suo cammino verso Dio e la sua comprensione del mistero di Dio e li propone, per ubbidienza, a tutti i credenti come via alla santità.
Questo cammino di Teresa si compie nel suo abbandonarsi a Dio e nel darsi di Dio a Teresa, come ad indicare il senso d’ogni esperienza cristiana dell’incontro con Dio. Solo nella disponibilità “totale” della creatura a ricevere l’amore di Dio, e nell’assunzione “totale” da parte di Dio della creatura nella propria realtà spirituale si rende possibile l’incontro dell’uomo con Dio. L’esperienza spirituale di Teresa è tutta nella sua disponibilità nel darsi a Dio, pur sapendo di non poter essere assolutamente sicura della vicinanza di Dio nella sua vita, rischiando, per questo, di vivere nel silenzio di Dio e soffrendo afflizioni nel corpo e nello spirito, sempre più forti, soprattutto, sul finire dei suoi giorni.
Teresa è pienamente consapevole dei doni che ha ricevuto da Dio, come è consapevole dei “segreti” che Gesù le ha rivelato. La comprensione dei misteri della vita spirituale, di cui è partecipe, è uno di questi doni. Ma non vuole conservare nulla di tutto questo per sé stessa. Nella Storia di un’anima comunica la sua particolare comprensione del mistero di Dio attraverso una serie di riflessioni sulla vita spirituale. La chiave di lettura rimane la chiusa finale, quando Teresa con mano incerta, poco prima di morire, scriveva che si innalzava a Dio «mediante la fiducia e l’amore».
Proprio mettendo insieme tutto questo materiale e rileggendolo come eco di un’intensa e particolare esperienza spirituale nasce una teologia dell’amore di Dio, che diventa un vero insegnamento, perché indica a tutti i credenti la strada da seguire. Ma è una teologia, che prima di essere detta, si compie nei singoli atti di tutta la vita di questa giovane donna. Sta qui la sua capacità di parlare e di insegnare ancora, nel tempo della svolta epocale nella quale viviamo, quando la memoria di Dio viene meno e l’uomo sperimenta l’abbandono e la solitudine.
La spiritualità di Teresa è tutta racchiusa nella “via dell’infanzia spirituale” o “piccola via”. Sono espressioni che non si ritrovano direttamente nei testi teresiani, almeno la prima, ma esprimono assai bene il senso ultimo della sua lezione. Essa consiste nell’abbandonarsi totalmente nelle mani del Signore, riconoscendo la propria fragilità e confidando ciecamente nella bontà di Dio, che è infinita misericordia. Ma, ancor prima di indicarla negli scritti, Teresa ha percorso ella stessa questa via, mostrandola in atto nelle scelte della sua vita e nelle singole azioni della sua giornata. Sta qui la santità di Teresa.

La vita nel Carmelo, così dura e difficile, non era certo delle più facili per nessuno, meno che mai per Teresa, oltre tutto assai gracile di salute. Essa richiedeva da lei l’accettazione delle dure regole della vita comunitaria, l’espletamento di compiti piuttosto gravosi e un notevole spirito di sottomissione e di sacrificio. Non mancavano le umiliazioni, cui era di continuo sottoposta, e le piccole incomprensioni quotidiane con le consorelle. Teresa, però, guardava ben oltre l’orizzonte ristretto delle mura del suo chiostro. I lavori manuali che via via le erano stati affidati (cucito, pulizia del chiostro e delle scale, giardinaggio) non erano fatti per lei, cagionevole di salute com’era. Di più, in famiglia non era stata abituata a fare questo tipo di lavori e, per di più, era priva delle abilità necessarie. Le altre suore, più abili di lei, osservando Teresa all’opera, non mancavano di rilevare le manchevolezze riscontrate e di punzecchiarla per questo. Ma Teresa non perdeva, però, la sua serenità, perché cercava sempre di fare del suo meglio, senza perdere la sua gioia, anche quell’esteriore. Tutto quanto la faceva soffrire, o le procurava fastidio, diventava per lei occasione per lodare e ringraziare Dio. Proprio così Teresa è diventata santa.
Tra i due diversi modelli di vita, – ricerca interiore dell’amore e rigore ascetico -, maggiormente perseguiti nella spiritualità carmelitana negli anni di Teresa, la scelta di Teresa privilegia la supremazia dell’amore, piuttosto che la moltiplicazione delle pratiche ascetiche e delle mortificazioni. Ė solo l’amore più grande che dà un senso alle pratiche ascetiche e alle mortificazioni. Le pratiche ascetiche e le mortificazioni non erano fini a se stesse, erano solo dei mezzi per raggiungere l’amore più grande. La “piccola via” alla santità, di cui si fa portavoce e interprete Teresa nella Storia di un’anima, e che traduce in concreto la supremazia dell’amore, quella “piccola via tutta diritta, molto breve, una piccola via tutta nuova”, non significa l’elogio dell’infantilismo spirituale o la caduta in esso o la rinuncia all’ascesi. Non incoraggia il disimpegno di chi, incapace di un impegno maggiore nella vita spirituale, si limita a percorrere una strada più larga e più agevole. Soprattutto, la “piccola via” non è il rifugio a cui si pensa debbano essere destinate quelle persone dotate di poca maturità. La storia di Teresa non solo non permette una comprensione di questo tipo, ma la esclude pienamente.
Nella “piccola via”, così come concretamente è stata indicata e percorsa, Teresa esprime e realizza il suo sogno di un cristianesimo più interiore, che non ha altra aspirazione che essere tutt’uno con Gesù. La sua aspirazione è di perdersi in Dio “come una goccia d’acqua che si perde in seno all’oceano”. Da qui la sua insistenza perché si arrivi a liberarsi di quel piccolo sé, di cui ciascuno dispone, per scomparire nell’infinito tutto di Dio.
La santità, che Teresa desidera raggiungere, non è l’esperienza mistica, ma quella santità, fatta di piccole cose, quali poteva trovare nel Carmelo. Le bastava per questo accettare tutto quello che le si presentava com’espressione della volontà di Dio su di lei. «All’estasi, diceva Teresa, preferisco la monotonia del sacrificio». E per lei il sacrificio più grande è stato quello di attraversare la ‘notte oscura ’ del ‘silenzio di Dio’, fino a temere di perdere il suo stesso amore. Nell’esperienza dell’abbandono Teresa si sente solidale con tutti gli uomini, che vivono lontano da Dio e prega a nome loro. «Ma la figlia tua, Signore, ella scrive, ha compreso la tua luce divina e ti domanda perdono per i suoi fratelli. Accetta di mangiare per quel tempo che vorrai il pane del dolore e non vuole davvero alzarsi da questa mensa piena di amarezza dove mangiano i poveri peccatori prima del giorno da te stabilito…». La sorte di Teresa è legata agli altri uomini, soprattutto ai lontani. Non avrebbe senso salvarsi da sola, senza portarsi dietro tutti gli altri. “Fare amare Dio”’ significa condividere questo destino comune di salvezza con tutti, soprattutto con i peccatori.
La “piccola via”, indicata da Teresa, diventa, allora, la santità cui ogni credente è chiamato a realizzare. Perché per essere santi non è necessario fare grandi cose, ma solo quelle cose che meglio esprimano il disegno di Dio su ciascun credente. Forse, contro le false certezze e le complicazioni intellettuali dell’uomo di questo tempo, bisognerà ricercare con Teresa la “sapienza del cuore”, come possibile via d’accesso al mistero di Dio.

