Intervista a Guido Carotti, ex allievo di don Lorenzo Milani alla scuola di Barbiana
“Riprendiamo «i care» oggi, con la stessa forza di sessant’anni fa”“Ho imparato che il problema dell’altro è simile al nostro. E che uscire da soli dai problemi è egoismo, uscirne insieme è politica”, scriveva don Lorenzo Milani. Barbiana è una chiesa con la canonica. Le case, una ventina in tutto, sono sparse nel bosco e nei campi circostanti, isolate tra loro. Quando il 7 dicembre 1954 arrivò a Barbiana don Lorenzo Milani, non c’erano strade, acqua, luce e scuola. All’epoca la popolazione di Barbiana ammontava a 120 persone. Abbiamo raggiunto Guido Carotti, ex allievo di Don Lorenzo Milani, al quale abbiamo posto delle domande.

Incominciamo con i suoi ricordi di Barbiana?
“Sono ricordi di una vita vissuta intensamente e con la consapevolezza, sempre più chiara, che stavo crescendo in una situazione, in un ambiente dove avevo, avevamo, a disposizione una grande quantità di persone ed esperienze che non ci saremmo neppure potuti immaginare se il Priore non fosse stato “esiliato” a Barbiana. Ho avuto una grande fortuna aver potuto vivere accanto a lui da quando è arrivato che avevo 5 anni a quando è morto e ne avevo 17. Con i miei genitori abitavamo a cento metri dalla chiesa quindi anche la sera dopo cena andavamo da lui e le discussioni vertevano sui problemi, grandi o piccoli, che potevamo avere. Con il Priore sapevamo che avremmo avuto la possibilità di affrontarli e cercare di risolverli con maggior facilità. Oltre ad avere una gran cultura e conoscenza di moltissime materie, il Priore poteva far intervenire persone con competenze tecniche, legali, mediche e di ogni genere perché la sua rete di conoscenze era amplissima, molto efficiente e disponibile”.
Che rapporto aveva col Priore?
“Il Priore era il maestro ed in una certa misura anche il padre. L’adulto al quale facevi riferimento perché non ti lasciava mai senza risposta. E anzi, ti faceva riflettere e ti dava suggerimenti e più di una opzione per uscire dai problemi ed anche per aprire l’orizzonte del futuro più prossimo. Era un esempio!”.

Cosa ha rappresentato quella esperienza a fianco di don Lorenzo Milani?
“Quell’esperienza ha rappresentato tutto. Mi ha permesso di affrontare la vita con coscienza critica e con la voglia di imparare da ogni situazione ed esperienza che ho avuto. Ho sempre cercato di mantener fede ai valori di uguaglianza e nel rispetto dei diritti basilari di ogni cittadino impegnandomi per tutta la vita nel sindacato ed in politica. Da quando ho iniziato a lavorare in fabbrica ho fatto parte del sindacato, nel Consiglio di Fabbrica e fuori dal lavoro in un partito. La formazione che ho ricevuto mi ha dato molte soddisfazioni, anche personali, perché progetti per i quali ho lavorato si sono potuti realizzare, in toto, a volte solo in parte, ma non ho mai messo la mia persona come priorità”.
«I care» è oggi più che mai attuale, non le pare?
“Ritengo che «I care» vada ripreso con la stessa forza e impegno che ha avuto negli anni sessanta negli Stati Uniti e poi a Barbiana. Allora c’era una speranza che derivava dalle società nel mondo occidentale che erano in movimento e lottavano per maggior libertà e rivendicavano diritti. Ricordiamo, ad esempio, il fermento sociale e politico contro la guerra in Vietnam, il ruolo che hanno avuto anche persone come il Sindaco di Firenze La Pira che andò in Vietnam per favorire la fine della guerra. In Italia le aspettative di una scuola per tutti con la soppressioni delle classi speciali per i disabili, gli organi collegiali e poi le riforme che porteranno lo Statuto dei diritti dei lavoratori. Vivevamo una tensione politica positiva che permetteva di organizzare pressioni e lotte contro le disuguaglianze e le ingiustizie che erano tante e grandi. Oggi, da anni, da una inclinazione sociale siamo passati a preferire i nazionalismi, i governi forti senza bilanciamento, il proprio interesse in modo egoistico tanto che in alcuni momenti, di fronte a eventi tragici e drammatici, come il genocidio a Gaza, le guerre in corso e quelle aperte da poco, siamo rimasti fermi, anestetizzati, fino a poche settimane fa con alcuni segnali che fanno sperare ad una ripresa di dignità e ruolo di cittadini sovrani. “I care” significa voler essere cittadini sovrani, (come scritto in Lettera a una professoressa) cittadini formati e consapevoli. Quindi mentre si lotta contro le guerre, per la pace, dobbiamo tornare ad impegnarci in politica, nel sindacato oltre che tornare a votare”.

