Manifestazione per gli studenti delle medie promossa alla Casa della Cultura di San Calogero dall'Istituto Comprensivo di Rombiolo
Don Francesco Mottola, un Beato tra i Giusti dell’umanitàÈ stato bello sentire il “Canto di mare” dalla voce di studenti dodicenni. Versi di don Mottola che si fanno preghiera, come altri brani di struggente bellezza, letti limpidamente ai compagni di scuola che gremivano le gradinate della Casa della Cultura di San Calogero. Erano almeno in centocinquanta, i ragazzi delle medie dell’Istituto Comprensivo che ha sede a Rombiolo e abbraccia anche San Calogero e Cessaniti, e scrutarli mentre ascoltavano chi era venuto, nella Giornata dei Giusti dell’Umanità, a parlare loro di un sacerdote di Tropea proclamato Beato, è stato davvero bello.

Forse perché chi era davanti a loro, al tavolo coi microfoni, ha trovato le parole giuste per farlo. Don Rocco Scaturchio, il parroco-biblista che ha moderato, e quelle parole le ha intrecciate come nel più avvincente dei racconti, partendo dall’equazione giustizia = rispetto degli altri. Il dirigente scolastico Angelo Stumpo, che ha spiegato le ragioni della scelta, nata nell’alveo del corpo docente, che quest’anno ha portato a Don Francesco Mottola. Il sindaco di San Calogero, Giuseppe Muraca, e l’assessore di Rombiolo, Laura Papaianni, che hanno salutato alunni e professori.

Poi, il racconto dell’identità di un santo comincia a prendere consistenza. Inizia don Francesco Sicari, Fratello Maggiore dei Sacerdoti Oblati del Sacro Cuore e parroco di Ricadi, spiegando che la vita del Beato era intrisa dell’amore di Dio elargito fino al sangue a chi gli stava vicino, a partire dagli ultimi, i più poveri, quelli trascurati e persino respinti da tutti: i nujiu du mundu. “Francesco – ha aggiunto don Sicari– da ragazzo aveva sofferto per la morte della madre e del fratello. E non pensate che non sia stato un ragazzo vivace, anzi, nel nostro dialetto si direbbe che sia stato a volte anche «ziccusu». La sofferenza lo ha provato, eccome, anche da adulto, dall’età di 41 anni, quando venne colpito da una paresi che gli tolse l’uso della parola, fino alla morte”.
Cos’è una Casa della Carità? La risposta viene della sorella maggiore delle Oblate: “È il luogo dell’accoglienza – dice Rosetta Costa – dove l’emarginazione si traduce in condivisione, la solitudine in compagnia, la disabilità in sostegno. È la Casa dove io sono capitata a 17 anni, quella Casa dove ho incontrato il sorriso luminoso di don Mottola, e da dove non sono più uscita, E pensare che quel giorno ero andata a Tropea solo per andare a mare !…”

Per la proclamazione di un Beato, occorre un miracolo. Quello che ha consentito a don Mottola di diventarlo, lo ha ricevuto don Felice Palamara, sacerdote oblato pure lui, all’epoca seminarista, oggi parroco di Caria e Drapia. Lo racconta ai giovanissimi studenti a San Calogero, non si sente volare una mosca. Dalla malattia che aveva portato alle difficoltà, e all’impossibilità, di svuotamento della vescica; alle visite mediche, al catetere, al pacemaker per la neuro modulazione, alle preghiere sue, della sua famiglia, dei suoi amici. Fino alla notte fra il 13 e il 14 maggio 2010, quando don Mottola gli apparve in sogno, dicendogli di andare in bagno: la minzione avvenne spontaneamente, per la prima volta, e tutte le volte successive. “Volevo gridare di gioia ma erano le 3 di notte, i miei compagni di seminario dormivano. Grande fu lo stupore dei medici di Firenze dove ero in cura – racconta don Felice – e dove andai per confermargli l’accaduto, che non aveva una spiegazione scientifica. Dovendo diventare sacerdote, ero dunque un «raccomandato»? No, semplicemente uno che vive questo immenso dono qual è un miracolo operato da Dio come una responsabilità e come un invito a convertirmi sempre di più al Signore” spiega don Palamara, che conclude: “Ragazzi, i santi ci sono, i santi ci aiutano, sono i nostri amici: basta ogni tanto rompergli le scatole, e loro ci ascolteranno”.

Gabriele Vallone, docente di religione, della figura di don Mottola si è innamorato al punto di farci la tesi di laurea ed un libro. È lui a spiegare ai ragazzi delle medie radunati a San Calogero perché questo sacerdote, che continua a vivere nelle opere di chi si è consacrato al Signore nel suo nome , possa considerarsi “profeta di tempi nuovi”. Le parole giuste lui le trova per comunicare il significato di “santità sociale” insita nell’agire del Beato, e fa l’esempio dell’attenzione ai disabili: “Non era semplice in quegli anni – spiega – e la Casa della Carità per disabili aperta ufficialmente a Vibo nel 1956 fu la prima esistente in Calabria”.
Tanti i messaggi partiti da questo splendido auditorium di San Calogero, lo stesso, nato dopo la confisca di un bene mafioso, che ha visto l’esordio del primo musical italiano dedicato a san Carlo Acutis dai giovani dell’Oratorio. Potrebbero trasformarsi in ideali per cui valga la pena vivere. È il momento di racchiuderli in un simbolo: l’alberello di ulivo piantato nel giardino della Scuola Media nella frazione Moladi di San Calogero. È lì che si sposta la scena. Sono gli studenti stessi a farlo, accompagnati dai loro docenti e dagli Oblati di don Mottola. Si scopre anche una targa dedicata al Beato di Tropea. Quell’albero crescerà. Per tutti.

