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Una riflessione delle Suore Clarisse di clausura di Rende (Cs) sull'Ottavo Centenario dal Transito di San Francesco d'Assisi

Vivere e morire cantando! L’esempio di Francesco, uomo del canto nuovo

Lo scorso 10 gennaio 2026, l’intera famiglia francescana si è raccolta presso S. Maria della Porziuncola in cui ha avuto solenne apertura l’Ottavo centenario dal Transito di S. Francesco d’Assisi.

In questo Anno giubilare, di grazia, vogliamo guardare a Francesco come a uomo che ha imparato a vivere e a morire cantando, affinché anche noi sul suo esempio possiamo fare della nostra vita una lode, un canto che rallegri il Cuore di Dio e dell’intera umanità bisognosa di vera Luce e Speranza.

Il Monastero di Santa Chiara all’Immacolata, abitato dalla suore Clarisse di clausura, è posto su un pianoro in cima alla collina che porta al centro storico di Rende (Cs), a strapiombo sulla vallata.

Ci racconta lo Specchio di Perfezione, 123 che quando Francesco venne a conoscenza dell’incurabilità delle sue malattie e dell’imminenza della sua morte per le parole di un frate “sembrò, per quelle parole, rivestirsi di nuova letizia d’animo, all’udire che la sorella morte era imminente. Con gran fervore di spirito lodò il Signore e disse al frate: «Se dunque piace al Signore che io debba presto morire, chiamatemi frate Angelo e frate Leone perché mi cantino di sorella morte!».

Quando i due gli furono dinanzi, pieni di tristezza e di dolore cantarono tra molte lacrime il Cantico di frate Sole e delle altre creature del Signore, che il santo stesso aveva composto. Egli aggiunse allora alcuni versi sopra la sorella morte, prima dell’ultima strofa, dicendo:

Laudato si, mi Signore, per sora nostra Morte corporale,

da la quale nullo omo vivente po’ scampare.

Guai a quelli che morrano ne le peccata mortali!

Beati quelli che trovarà ne le tue sanctissime voluntati,

ca la morte seconda no li farrà male.

Allora si fece portare in lettiga a Santa Maria della Porziuncola, per finire la vita del corpo là dove aveva cominciato a sperimentare la luce e la vita dell’anima.”

La porta a grate che, dalla cappella del Monastero (dove ogni giorno è celebrata la Santa Messa aperta ai fedeli), conduce alla clausura delle Clarisse di Rende.

Una morte, quella di Francesco, preparata attraverso le morti ordinarie e straordinarie che aveva accolto e scelto fin dalla sua giovinezza: dalla prima in cui aveva abbandonato le logiche del mondo, rinunciando all’eredità paterna per vivere da libero figlio del Padre celeste, fino all’ultima in cui, sul monte della Verna prima di ricevere il sigillo del Crocifisso sulla sua carne, “consegna” la sua fraternità al Dio che gliel’aveva donata e ai suoi fratelli, da uomo nuovo, libero e riconciliato. Tutte “morti” abbracciate nella logica evangelica dell’invito di Gesù “Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua” (Lc 9, 23), “morti” che in verità si rivelano “passaggi pasquali”, veri e propri “transiti” dall’uomo vecchio all’uomo nuovo, dalla terra al Cielo, da ciò che passa a ciò che è eterno.

Ad ogni tappa Francesco canta le lodi al Dio della vita, scoprendo in ogni evento che vive una chiamata alla Vita vera e piena di Dio.

Canta per questo stesso motivo mentre Sorella morte si avvicina, coinvolgendoci nei preparativi di questa festa nuziale, di questo incontro con lo Sposo Gesù che ci chiama ed attende nella Festa eterna del Regno dei Cieli. 

E ci lascia con una consegna, come ai suoi frati in quel lontano eppure vicino 3 ottobre 1226: «Io ho fatto la mia parte; la vostra, Cristo ve la insegni». (LM 14,3)

Con questo “testamento” ci ricorda e ci chiede di non distogliere lo sguardo da Gesù, di ascoltare, accogliere e vivere la sua Parola, “sine glossa”, senza sconti e mondane interpretazioni; di vivere in comunione con la sua vita che si dona a noi ogni giorno nell’Eucaristia; di “rimanere in Lui” e compiere la Volontà d’amore del Padre. 

Perché solo così compiremo la nostra missione, “faremo quella parte” che da sempre Dio ha pensato per noi e saremo felici, cantando fin d’ora sulla terra il Canto nuovo della Gerusalemme celeste che rende Beati.

Ci ottenga Francesco, Fratello di tutti, questa grazia!