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Don Pasquale Russo ripercorre l'itinerario che lo condusse in Sila, sulle orme del "calavrese abate di spirito profetico dotato"

“Fu don Mottola a farmi conoscere Gioacchino da Fiore”

I giullari di Dio!  Chiama così don Mottola i santi, che splendono come stelle nel  cielo, come una vampa lassù sulla collina, come una luce che dall’alto illumina e che Gesù aveva chiamato la luce del mondo. L’anima di poeta lo portava a percorrere i secoli inseguendo  la vampa di san Francesco di Paola che prendeva alimento da fuochi  antichi che erano divampati nella terra di Calabria, come quello  dell’Abate Gioacchino di Celico, un fuoco vulcanico che sgorgava dalle viscere della terra come il sangue e l’acqua dal cuore divino di Cristo divenendo una fiamma splendente al soffio dello Spirito Santo.

Il beato Francesco Mottola (1901-1969)

Il giullare di Dio sa che ci sono semi di fiamma e basta alimentarli perché splendano, come le faville nascoste a San Giovanni in Fiore, e dappertutto in Calabria, come racconta la leggenda aurea. Il testo dell’editoriale di Parva Favilla 11 (1941) n.3, marzo, p.1 resta aperto alla scoperta di tutte le fiamme che sono divampate da quel giorno ad oggi e che gli occhi vigili di nuovi  visionari non si lasciano sfuggire. “In Calabria abbiamo tre veggenti. Gioacchino da Fiore, cantato da Dante – Par. XII, 139 , fu portato dall’Amore in alto, in alto. Tommaso Campanella, il filosofo di Stilo, cantò la città del Sole. Francesco di Paola, povero e ricco, raggiunse la città del Sole splendidamente”( PF 34 (1967) n. 3, marzo, p. 1).

Erano quelli gli anni in cui la mia frequentazione con don Mottola fu più intensa, anche per gli apporti culturali che ho potuto ricevere mentre preparavo la mia tesi di laurea in filosofia presso l’università di Messina. Il fervore suscitato dal Concilio ecumenico Vaticano II aveva inebriato me come tanti altri giovani preti con i contenuti di apertura al dialogo che alla Chiesa popolo di Dio offrivano nuove vie di evangelizzazione. La mia ricerca partiva da Gioacchino da Fiore per sfociare in una lettura della filosofia della speranza in  Jurgen Moltmann. Il fascino delle tematiche ecclesiali consentiva un approccio alle condizioni esistenziali non solo all’interno della comunità religiosa, ma anche in quella socio-politica, privilegiando una visione unitaria favorita anche dalle istanze ecumeniche che acquistavano sempre più spazio operativo.

A don Mottola sono debitore tra l’altro della iniziazione a Gioacchino da Fiore. Egli mi diede il saggio di Francesco  Foberti (Gioacchino da Fiore, ed. Sansoni, Firenze 1934) che mi consentì  una conoscenza dell’opera dell’Abate e mi mise in moto anche fisicamente, perché decisi di andare sulle sue tracce cominciando da Cosenza. Venni ospitato a Cerisano, dove allora c’era il seminario estivo della diocesi e da lì andavo ogni giorno alla biblioteca civica dove ho potuto avere tra le mani le antiche edizioni venete delle opere di Gioacchino.  Ho potuto visitare la Sambucina e Celico, luogo natale di Gioacchino. Ho letto con enorme interesse la vita scritta da Giacomo monaco (Joacchim Abbatis et florensis ordinis chronologia, di  Frate Giacomo Greco da Scigliano dell’ordine cistercense – in Cosenza – perD. Andrea Riccio MDCXII) .

E andai a San Giovanni in Fiore in cerca dell’Abate e riportai  a don Mottola il mio incontro: “Bisogna andare a scovarlo nel suo romitorio, là dove la solitudine è un vincolo umano  e gli uomini appaiono come dei sopravvissuti a un mondo sepolto. Senza alcun cerimoniale la Sila ti accoglie in una quiete il cui confine è dato dall’inquietudine umana riflessa nei motori. Ma quando scavi appena in quel silenzio ti accorgi che stai compiendo una esplorazione interiore. Sono andato in Sila a trovare Gioacchino da Fiore. Ero sicuro di incontrarlo, di sentire aleggiare il suo spirito là dove egli aveva trovato l’armonia della sua persona in sintonia col mondo esterno. Sono andato a cercare una persona, non un ricordo. Io non lo conoscevo, se non quel tanto che mi permetteva di dire che la sua memoria era degna di grande rispetto. Fu un sentimento di rispetto quello che mi mosse sulle sue orme a scoprirne il vero volto, quello di ottocento anni addietro. Sulla pietra è scolpito un volto austero, uno spirito forte, una tempra di condottiero, ma l’uomo vero, quello che nessuno può ora descrivere, lo possiamo solo intuire in una natura meno selvaggia ma che parla lo stesso linguaggio. Ed anche in alcuni resti di civiltà che la tradizione e lo spirito di conservazione hanno fatto giungere sino a noi. Ho visto le donne anziane nella chiesa matrice di san Giovanni in Fiore: coi loro veli bianchi, le abbondanti vesti, le treccine sulle orecchie  sono certamente creature d’altri tempi. Eppure senti che la vita e la persona di un uomo non possono riecheggiare che in qualcosa di molto duraturo. Ecco perché non lo si può incontrare per le strade, ad esempio, ma solo tra i boschi, dove incrociano viottoli ineguali e il sole è timido a filtrare. Solo qualche fruscio e un lieve tremito che ti fa guardare circospetto; il rumore di qualche pigna che cade, un ramo secco che pende mezzo rotto e le spine che ti ostacolano il passaggio. Vai avanti con la celata paura di incontrare l’imprevisto; ti fermi sulla radura, ti affacci a guardare tra gli alti tronchi a scoprire non sai che cosa. Ed eccolo davanti, all’improvviso, l’Abate. Doveva essere così Giovanni il Battista nel deserto. Un uomo che non ti parla di sé, ma ti apre orizzonti sconfinati oltre il limite del bosco , oltre il limite del tempo. Gioacchino è portatore di messaggio che tende a darci il valore fondamentale dello Spirito. Dovresti fermarti quasi a contemplare, ed invece scorri la storia come sei andato pei viottoli del bosco, e la sconfini e la domini”.

Gioacchino da Fiore raffigurato nel suo studio in un’ antica xilografia.

Il Mezzogiorno d’Italia non ha probabilmente avuto mai nella sua storia millenaria un periodo così intensamente e così fortunosamente vissuto come quello che abbraccia i secoli duodecimo e decimo terzo.  Nel Mezzogiorno d’Italia le due correnti, culturale e politica latina e greca, si toccano, senza fondersi. La Sila segna la linea dello spartiacque spirituale. La parete silana è il muro divisorio tra la giurisdizione romana e quella bizantina. I suoi vertici non hanno mai attirato i monaci greci. Solo Gioacchino ne sarà il conquistatore. Giustamente don Mottola vedeva ardere la fiamma sui monti della Sila. La catena appenninica non è soltanto fisicamente la spina dorsale della penisola. Dalla Sila al Subasio è corsa, nella maturità del Medioevo italiano, una stupenda maturità spirituale.(E. Bonaiuti,Gioacchino da Fiore: i tempi,la vita,il messaggio, ed La Villa Felice 1934, p.28).

Lo spirito che ha animato l’Abate ha pervaso l’ordine francescano: noi non sapremo mai per quali vie sotterranee il messaggio profetico di Gioacchino da Fiore si insinuò nell’organismo precoce del francescanesimo primitivo. San Francesco affermò testualmente di aver preso il suo programma dal Vangelo; nel suo Testamento, come riportano le Fonti Francescane, consegnava la sua fiamma :”Il Signore concesse a me, frate Francesco, d’incominciare così a far penitenza, poiché, essendo io nei peccati, mi sembrava cosa troppo amara vedere i lebbrosi; e il Signore stesso mi condusse tra loro e usai con essi misericordia. E allontanandomi da essi, ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza di anima e di corpo. E di poi stetti un poco e uscii dal mondo”.Era l’anno 1226.

Ma fu così anche per Francesco Mottola che, assieme ad Irma Scrugli, lo Spirito portò a chinarsi sui nuju du mundu, le creature più ributtanti, alle quali usarono la misericordia, dono ineffabile che ti fa vedere il volto di Dio. Gioacchino da Fiore morì nel 1202. Ma fu sempre presente nelle visioni audaci di coloro che hanno lottato per rendere migliore l’umanità e lo sarà ancora oggi dopo che le polemiche e i pregiudizi si sono sgretolati e già nel 2001 l’arcivescovo Giuseppe Agostino, coadiuvato dal vice postulatore (ed ora postulatore) don Enzo Gabrieli, accogliendo le numerose sollecitazioni provenienti dai fedeli e dagli intellettuali, ha riaperto il processo di beatificazione avviato otto secoli addietro e per otto secoli rimasto senza esito, in occasione dell’VIII centenario della sua morte. La fiamma splende e le memorie rivivono nel sogno di don Francesco Mottola che esulterà compiaciuto che la leggenda aurea può aggiungere altre faville ed altri focolai che in questi ultimi tempi hanno accompagnato in Calabria i figli della luce.

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