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Enzo Romeo racconta a Parva Favilla com'è nato il suo nuovo libro sulle poesie scritte dall'intellettuale piemontese durante il periodo di confino a Brancaleone, nella Locride.

“Nella luce improvvisa”, le liriche calabresi di Cesare Pavese

Nella luce improvvisa è il verso di una delle poesie scritte da Cesare Pavese a Brancaleone, il paese in cui dal 4 agosto 1935 al 15 marzo 1936 le autorità fasciste lo inviarono a scontare la condanna al confino. Qui trovò ancora vive le radici dell’antica cultura greca, da lui tanto amata, e scoprì il chiarore abbagliante della Calabria jonica, col sole che emerge dal mare. Una luce insieme spietata e tenera, capace di penetrare e trasformare ogni cosa: la sofferenza e l’amore, la vita e la morte. Quella morte che Pavese si diede a Torino, quattordici anni dopo, con sedici bustine di sonnifero. Sedici, come le sue liriche “calabresi”, che considerava «le più belle del mazzo». Un numero nient’affatto esiguo, considerato che egli era molto esigente con se stesso e selettivo nella sua produzione letteraria.

La copertina del libro di Enzo Romeo pubblicato dalla casa editrice Ancora.

    Sono passati novant’anni dal confino di Pavese in Calabria, ma rimane l’attualità di versi scritti da un intellettuale costretto al soggiorno obbligato perché ritenuto non in linea con le direttive del regime. Purtroppo anche oggi vediamo farsi largo una tendenza illiberale che mette sotto minaccia chi non si piega alle direttive degli “uomini forti”. Nel libro, tra l’altro, racconto dell’amicizia di Pavese con Paolo Cinanni, allora giovanissimo antifascista, che era emigrato da Gerace a Torino. Pavese accettò di fargli gratuitamente lezioni private quando seppe che quel ragazzo veniva dalle zone dove lui era stato esiliato e che gli erano rimaste nel cuore. Ma cito anche la collaborazione editoriale con Corrado Alvaro, lo scrittore di San Luca che Pavese stimava moltissimo e col quale fu in contatto per la casa editrice Einaudi. Insomma, la parabola pavesiana ci dice che la Calabria, spesso ignorata o narrata solo attraverso stereotipi, si svela in tutta la sua ricchezza quando – sia pure per una casualità dolorosa – si ha la ventura di conoscerla dal di dentro.

    Pavese scoprì, in effetti, una terra ricca di umanità e di cultura. Scrisse alla sorella che gli abitanti di Brancaleone si commuovevano per lui fino alle lacrime nel vederlo solitario sotto Natale. E rientrato a Torino quasi rimpianse il soggiorno obbligato. Nel Natale del 1937, il primo dopo Brancaleone, affermò: «Andare al confino è niente; tornare di là è atroce». Il poeta e scrittore piemontese aveva assaporato e gustato la grecità calabra e la sua ospitalità, retaggio appunto della tradizione magnogreca. Scrisse che le donne nel vederlo dicevano «este u’ confinatu», e lo facevano con una tale cadenza ellenica che lui si immaginava di essere Ibico, il grande poeta reggino del VI secolo avanti Cristo. A Brancaleone riprese lo studio del greco, tradusse Omero (vedremo i risultati in Dialoghi con Leucò, sua opera fondamentale); e ancora: iniziò a tenere il diario (Il mestiere di vivere), fondamentale per la conoscenza del personaggio; avviò la sperimentazione della cosiddetta poesia-racconto, che segnò poi la sua produzione in prosa rendendola unica nel panorama degli autori del Novecento.

Il giornalista (per tanti anni vaticanista del Tg2) e scrittore calabrese Enzo Romeo, ha già scritto un altro libro su Cesare Pavese, “La solitudine feconda” (Editoriale Progetto 2000).

    Dell’importanza per Pavese del periodo trascorso in Calabria ero stato tra i primi a occuparmene, con un saggio edito nel 1986 da Progetto2000, la casa editrice cosentina di Demetrio Guzzardi. Si intitolava La solitudine feconda e metteva in risalto i risvolti decisivi di quell’esperienza, sia sul piano umano che letterario. Un’attenzione al tema che in tanti decenni non è venuta mai meno in me. 

    Certo, sono consapevole che pubblicare le poesie “confinarie” di Pavese è oggi un’operazione controcorrente. Sono opere di un autore troppo introspettivo per attirare chi è abituato alle piazze digitali tutto è messo allo scoperto; e di una persona troppo complessa per piacere al main stream o alle democrature (o demo-dittature) che dominano il nostro tempo. Pertanto, ringrazio Àncora che ha creduto in questa idea. 

    Editore questo, voglio sottolineare, che appartiene al novero della cosiddetta editoria cattolica. Il che non deve sorprendere, poiché Pavese è stato un uomo “religioso”, sebbene assai tormentato. Nell’approfondimento che accompagna le poesie dedico diverse pagine a questo suo aspetto “interiore”, che anche a Brancaleone ebbe modo di manifestarsi, tanto che egli scrisse che avrebbe voluto «mostrare il dio incarnato in questo luogo». Pavese ha cercato disperatamente un senso profondo per la propria vita e ha provato ad aggrapparsi all’Assoluto, senza riuscirci ma conservandone tutta la nostalgia. Affermò: «La massima sventura è la solitudine, tant’è vero che il supremo conforto – la religione – consiste nel trovare una compagnia che non falla, Dio».