La conferenza di mons. Filippo Ramondino al tradizionale incontro promosso a Tropea dalla Congregazione Nobile dei Bianchi di San Nicola
Natale: gloria a Dio e pace agli uomini!Come i pastori di Betlem anche noi siamo chiamati oggi ad andare senza indugio (Lc 2,16), nella notte, avvolti dalla luce della Gloria, a trovare o ritrovare il Salvatore. A noi come a loro sono consegnate le due parole che la Chiesa canta ormai da secoli e grida con la vita dei santi: Gloria e Pace.
Se Dio ha gloria l’umanità ha pace. In ebraico il termine gloria è kabod che ha il significato di “peso” di “importanza”, mentre in greco è tradotto con doxa, che equivale a onore, prestigio. La pace dunque è essenzialmente riflesso della gloria che diamo a Dio, cioè quanto egli fa, ciò che “ci ha fatto conoscere” (Lc 2, 15) ha un peso, è degno di stima e onore.

Come? Domanda di metodo. Cristo è la via! Il metà-odòs da seguire come archetipo è Cristo: il bambinello di Betlem, il Maestro di Galilea, il Crocifisso del Calvario, il Risorto asceso al cielo, che orienta il nostro cammino sulla via della sua Pace.
- Ritornare a Dio mediante Cristo splendore della gloria del Padre
Il nostro tempo ha difficoltà a cogliere “la gloria di colui che tutto move” che “per l’universo penetra e risplende”, sebbene “in una parte più e meno altrove”, come cantava Dante, iniziando il suo mistico viaggio nel cielo del paradiso.
Il Natale ci fa interrogare sul senso di Dio “che tutto move”. Chi è Dio per noi cristiani? Non è una parola vuota, una idea astratta, un concetto escogitato dai filosofi. Dio per noi ha un volto umano e divino, immanente e trascendente in Gesù Cristo. Tanto misterioso quanto ragionevole, Pneuma e Logos, Spirito e Parola. Totalmente dentro e totalmente fuori di tutte le cose: ‹‹sfera intelligibile il cui centro è dovunque e la circonferenza in ogni luogo››, diceva Alano ab Insulis, teologo francese del XII secolo.
Interroghiamoci dunque sul senso di Dio oggi: ‹‹Il problema di Dio è il problema essenziale dell’uomo essenziale, dal quale ogni altro problema dell’esistenza prende l’ultima chiarezza: l’etica, il diritto, l’economia›› (C. Fabro, L’uomo e il rischio di Dio). L’uomo è stato creato per conoscere Dio, amarlo, servirlo e goderlo in eterno, ci ricorda il Catechismo. Con la certezza però che ‹‹non è la conoscenza che illumina il mistero, ma è il mistero che illumina la conoscenza›› (P.Evdokimov). Con la certezza ancora che ‹‹tu non possiedi la Verità, ma è la Verità che possiede te›› (S.Tommaso d’Aquino). Se comprendere totalmente non è sempre possibile, conoscere ci è necessario, usando quelle due magnifiche ali che sono la fede e la ragione, fides et ratio, come amava dire san Giovanni Paolo II.
Quale Dio cercare (Quaerere Deum)? Quale Dio indicare? Quale Dio trovare? C’è un preludio significativo già nelle prime pagine dei vangeli (cfr. Mt 2,1-12): ci può essere una idea di Dio, persino un culto divino, ma non una esperienza, non un incontro salvante. L’annuncio è rivolto a semplici pastori, la stella è vista da scienziati che non appartenevano alla religione d’Israele. A Dio piace rivelare il suo mistero a chi si fa semplice, a quei nèpioi, dirà Gesù, che non sono dotti, che non hanno una grande cultura, che si fanno piccoli nella meraviglia e nello stupore. E’ quanto accade appunto ‹‹quando i Magi dell’Oriente chiedono ai competenti, agli scribi, agli esegeti il luogo della nascita del Salvatore, del Re d’Israele. Gli scribi lo sanno perché sono grandi specialisti; possono dire subito dove nasce il Messia: a Betlemme! Ma non si sentono invitati ad andare: per loro rimane una conoscenza accademica, che non tocca la loro vita; rimangono fuori. Possono dare informazioni, ma l’informazione non diventa formazione della propria vita […]rimango chiuso nella mia esistenza, che non viene toccata. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità››. Sono parole che papa Benedetto XVI ha rivolto ai teologi nel 2009, ma quanto sono provocanti anche per la nostra prassi di fede, invitandoci alla vera Sapienza!

Di fatto, quando noi spesso discutiamo sul concetto di “identità cristiana”, la prima domanda che ci dovremmo porre è essenzialmente questa: in quale Dio io credo? E’ veramente quello di Gesù Cristo? Avere una idea sbagliata di Dio è il più grande disastro che possa capitare ad una religione e ad una civiltà, perché sarà erronea la vita religiosa e la civiltà, gridava audacemente Davide Turoldo. Il problema che Cristo pone alla religione e alla società del suo tempo è proprio sulla fede in Dio, in quale Dio credere. Ed è proprio sulla conflittualità del concetto di Dio che egli verrà condannato e ucciso.
Dunque, quale idea di Dio c’è dietro il Natale che celebriamo? La gloria di quale Dio? Forse ancora quella di un aristotelico “Motore immobile” che muove e non si smuove, che esige di essere amato, ma non dà segni della sua gloria e del suo amore. L’idea di un “Essere assoluto” che permette fascinosi giochi con l’umana parola, ma non la conoscenza di un “Amore assoluto”, che umanizza la parola, incarnandosi. Un Dio totalmente altro e totalmente prossimo, un Dio che ama, che ci fa sentire essere da lui amati all’infinito, da dare il suo unico figlio.
Il problema di fondo dell’uomo occidentale è certamente la fede, non solo la fede umana che diventa pure ideale di vita terrena, ma la fede divina che ha, nientedimeno, a che fare con la vita eterna. E se non c’è fede non c’è neppure trasmissione, annuncio, a partire da quell’ambiente primario che è la famiglia. L’esperienza della fede cristiana non trova essenzialmente fondamento in un libro o in una dottrina, ma nell’incontro con una persona, che è Parola fatta carne, comunicazione definitiva di Dio con noi: Gesù Cristo. Il danese Sòren Kierkegaard, filosofo e teologo luterano, sosteneva che ‹‹il cristianesimo non è essenzialmente una dottrina ma una comunicazione di esistenza››. Un Salvatore non si inventa: nasce! Riguarda cioè la vita biologica ed escatologica, la divina assunzione della carne e la risurrezione della carne. La vita nuova di un Cielo che si spalanca per noi per una Terra rinnovata: in Lui e con Lui, da lì ogni uomo “discende” e “ascende”, degno della eternamente vitale comunicazione trinitaria.
Ecco, dobbiamo veramente liberare il Natale dalla prigione della plastica, della cartapesta, delle mode, dei sentimentalismi, dei ricordi dell’infanzia, sbloccarlo da quei legami che lo stringono solo in un mondo emotivo, per avvertire la rivoluzione cosmica che unisce il cielo e la terra, la doxa e la pax, l’evento scandaloso, sovversivo dell’Incarnazione, la nuova storia che ha inizio con l’incarnazione del Logos, noi post Christum nati. Non viene egli a farsi Dio in noi, ma Dio con noi e per noi ! Non c’è da decidere presuntuosamente un nostro rapporto con Dio, ma riconoscere che lui ha già stabilito, da sempre, un rapporto con noi. Un rapporto che parte dalla dimensione contemplativa (meditazione-preghiera-liturgia), da quel pensiero meditante che deve avere il primato sul pensiero calcolante, la immutabile preminenza del Logos sull’ethos, dove la volontà soggiace al fascino e alle ragioni del Logos.

In Cristo si rivela dunque il volto adorabile di Dio che è Padre e Figlio e Spirito Santo. E’ lui, il Dio con noi, che dice oggi a ciascuno di noi:“o con me o contro di me”! Ma, sinceramente parlando, senza Cristo dove potremo arrivare? Chi sarebbe l’uomo senza Cristo? Che sarebbe la nostra cultura senza Cristo? Dove va il mondo senza Cristo? Che sarebbe la Chiesa senza Cristo? Chi può superare il “fenomeno” Cristo?
Cosi risponde il poeta Quasimodo: Sei ancora quello della pietra e della fionda/ uomo del mio tempo. Eri nella carlinga, / con le ali maligne,le meridiane di morte/ t’ho visto – dentro il carro di fuoco, alle forche, alle ruote di tortura. T’ho visto: eri tu/ con la tua scienza esatta persuasa allo sterminio/ senza amore, senza Cristo/ Hai ucciso ancora…Senza Cristo l’uomo resta solo Caino, fratello che ammazza l’altro fratello,homo homini lupus e bellum omnium contra omnes. Senza amore vero, totale, gratuito, per ogni uomo. Senza perdono e senza riconciliazione, senza beatitudine per il povero e senza consolazione per l’ammalato. L’uomo resta peccato, terra, malattia, morte. Senza fede, senza speranza, senza amore. Ecco l’uomo senza Cristo! Cioè senza la rivelazione di Dio che è Amore misericordioso, senza la libertà di aprire la porta del proprio essere al Dio che sta bussando, per entrare e cenare con lui, ed offrirgli in eterno il suo regno, unica direzione di marcia perché il mondo si salvi. Il Dio che si fa uomo con noi, per farci stare con Dio, paradossalmente, attraverso una vergine madre, una grotta, una croce. Si è fatto povero con i poveri, perseguitato con i perseguitati, profugo con i profughi. Per indicarci la via di Dio, di quel Dio che, dice san Paolo, ‹‹opera meraviglie tramite ciò che nel mondo è disprezzato…per ridurre al nulla le cose che sono››(1 Cor 1, 27-29).
Un Dio così è scomodo soltanto per coloro che hanno il loro idolo personale, fatto a propria misura. Le lotte ateistiche, le forme di empietà, partono sempre dai potenti che sentono la presenza di Cristo come una minaccia per l’avidità del loro dominio: Erode che farà uccidere i bambini è il primo di questa serie! Erode che resta turbato davanti alla domanda dei magi sul Messia che doveva nascere a Betlem.
Senza Cristo dunque l’uomo resta incompleto, perché non divinizzato, non graziato, perché non raggiunge lo stato di uomo perfetto. Invece, ci dice sant’Ambrogio:

In Cristo abbiamo tutto!
Per noi Cristo è tutto!
Se desideri curare la tua ferita, egli è il medico;
se bruci di febbre, egli è la sorgente ristoratrice;
se sei oppresso dalle colpe, egli è la giustizia;
se hai bisogno di aiuto, egli è la forza;
se temi la morte, egli è la vita;
se desideri il cielo, egli è la via;
se fuggi le tenebre, egli è la luce;
se hai bisogno di alimento, egli è cibo;
Gustate e vedete come il Signore è buono:
beato l’uomo che spera in lui (sal 33,9).
(La Verginità, 16).
2. Artefici di Pace perché uomini cristificati
La pace è dono della salvezza messianica, promessa a tutti i popoli. All’inizio della novena di Natale il profeta Sofonìa ci rivolge parole severe: «Così dice il Signore:Guai alla città ribelle e impura,alla città che opprime!Non ha ascoltato la voce,non ha accettato la correzione. Non ha confidato nel Signore,non si è rivolta al suo Dio. Allora io darò ai popoli un labbro puro,perché invochino tutti il nome del Signore e lo servano tutti sotto lo stesso giogo» (Sof 3,1-2.9-13).
Abbiamo l’occasione, ancora una volta, di “ascoltare la voce degli angeli”, di ricevere per grazia “un labbro puro”, per innalzare la gloria e proclamare la pace. «La pace tra gli uomini nasce dalla gloria che essi danno a Dio; la gloria di Dio è la sola vera pace degli uomini. Nella notte di Natale, mettendoci in ginocchio davanti a Dio fattosi uomo tra gli uomini, compiamo l’atto più diretto, più costruttivo, più creativo della fraternità umana» (card. Léon J. Suenens).
Ma, già laicamente parlando, la pace dovrebbe essere atto di retta ragione, secondo Immanuel Kant il quale, a 71 anni, nel 1795, suggestionato dall’insegna di una osteria, scrive il saggio Per la pace perpetua. In sintonia col suo pensiero filosofico non la vede tanto come una innata espressione della fratellanza umana, quanto una esigenza razionale e un dovere concreto. Per esempio, esprime la sua totale contrarietà al mantenimento degli eserciti, la cui esistenza ridurrebbe i cittadini in strumenti di morte, in macchine per uccidere ed essere uccisi. E’ l’imperativo categorico morale della sua ragion pratica:considerare sempre se stessi e gli altri come fini e mai come mezzi! Per lui non è una utopia, «la pace perpetua è un dovere inesauribile, un debito che abbiamo verso noi stessi e verso la giustizia».
Kant confidava molto sulla forza dell’intelletto. Ma, in realtà, constatiamo più frequentemente che esso è “malato”, non è “immacolato”. Niente può la natura senza la grazia. Niente può l’uomo senza Dio. Non basta la ragione per trasformare le lance e le spade in vomeri e zappe. Anzi sembra vincente la ragione che produce ordigni di morte atomica, chimica, batteriologica, in una organizzazione calcolata e calcolante di affari e soprusi, stabilendo un clima permanente di “terza guerra mondiale a pezzi”, come ripeteva papa Francesco. Si costruisce così per distruggere e si distrugge per ricostruire, in mezzo ad angoscia e inquietudine, dove l’unica “pace perpetua” che si raggiunge è quella dei deserti e dei cimiteri!
Incontrando però “il bambino avvolto in fasce nella mangiatoia”, un Dio fatto bambino, non siamo più dei disperati, né degli irrazionali. E’ l’ ora di ragionare cristianamente, perché noi sensum Christi habemus ( 1 Cor 2,16).Dal momento che Dio si è incarnato, dice il beato don Mottola, l’uomo è: «un essere cristificato, è figlio di Dio, è erede del Regno. Inseriti in Cristo riceviamo da lui la grazia dell’adozione, formiamo un solo corpo, siamo il suo compimento: pneuma. Cristo perciò vive in ciascuno di noi: in lui divinamente si risolve il problema della nostra personalità e ogni problema sociale – in lui le due carità si fondono».

Leggiamo nel Catechismo della Chiesa Cattolica: «Il rispetto e lo sviluppo della vita umana richiedono la pace. La pace non è la semplice assenza della guerra e non può ridursi ad assicurare l’equilibrio delle forze contrastanti. La pace non si può ottenere sulla terra senza la tutela delle persone, la libera comunicazione tra gli esseri umani, il rispetto della dignità delle persone e dei popoli, l’assidua pratica della fratellanza. E’ la “tranquillità dell’ordine”. E’ frutto della giustizia ed effetto della carità» (2303).
Le suddette affermazioni dottrinali trovano quest’anno ulteriore esplicitazione nel messaggio di Leone XIV per la Giornata Mondiale della Pace 2026: «La pace sia con tutti voi: verso una pace “disarmata e disarmante”». Il saluto del Cristo Risorto (cfr. Gv 20,19), è un invito rivolto a tutti, credenti, non credenti, responsabili politici e cittadini, a edificare il Regno di Dio e a costruire insieme un futuro umano e pacifico. Il papa ci esorta così a rifiutare la logica della violenza e della guerra, per abbracciare una pace autentica, fondata sull’amore e sulla giustizia. Essa deve essere disarmata, cioè non fondata sulla paura, sulla minaccia o sugli armamenti; e disarmante, perché capace di sciogliere i conflitti, aprire i cuori e generare fiducia, empatia e speranza. Non basta invocare la pace, bisogna incarnarla in uno stile di vita che rifiuti ogni forma di violenza, visibile o strutturale. Ecco perché, ossimoro per ossimoro, mi piacerebbe dire pure una guerra disarmata e disarmante. La buona battaglia, la vera crociata, il combattimento sotto il vessillo di Cristo, con audacia e santa ostinazione. Fides victoria nostra!
La via della Pace (Lc 1,79), che per noi è stata preparata, attende ora i nostri passi, che possono così accedere ad una esistenza veramente felice: quella di coloro che servono il Signore, senza paura, in santità e giustizia, al suo cospetto, in tutti i nostri giorni. Dunque la pace è dono di Dio in Cristo Gesù. Egli nascendo parla di pace, morendo chiede la pace del perdono, da risorto ci saluta con la pace, salendo al cielo ci lascia e ci dona la pace. Questa pace si ottiene unendosi a lui (cf Fil 4,7), perché egli è la nostra pace (cf Ef 2,14). Questa pace fu ottenuta dal suo sangue, che ci riconciliò con Dio, e si attualizza per noi nel mistero dell’Eucarestia. Che fine fa e ha, esistenzialmente, il gesto di pace che ci scambiamo durante la santa messa?
Gesù per dire pace usa la parola shaloom, un suono che vibra nell’infinito. Una parola che ci aiuta a capire il senso della pace cristiana: è qualcosa di più di assenza di guerre e disordini, c’è il dono di una positività che è possibile al cuore dell’uomo, che indica benessere, riposo, sicurezza, gioia, successo. Se è qualcosa che riguarda anzitutto il cuore, significa che non può realizzarsi senza Dio, che è più intimo a me di me stesso. Sant’Agostino aveva cercato pace e felicità per tante strade, alla fine esclama : «Tu ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto fin quando non trova pace in te». Così san Giovanni XXXIII: «Non ci sarà pace sulla terra fin quando non ci sarà pace nel cuore di ciascun uomo».
Dante canta: «E’n la sua volontate è nostra pace». Essere uomini di buona volontà significa essere costruttori di pace, per il fatto che abbiamo fatta nostra la volontà di Dio, siamo ritornati nelle mani del creatore, ci affidiamo a lui, lasciamo che sia lui ad educare la nostra libertà con una alleanza che parte dai Dieci Comandamenti e si completa solo nell’Amore, il cui modello perfetto è Gesù. Lo scrittore francese François Mauriac ha un grido provocante per noi cristiani: «Il giorno in cui non brucerete più d’amore, molti moriranno di freddo»!
«Beati i pacifici perché saranno chiamati figli di Dio. Ecco il dono della pace: la figliolanza di Dio, la consapevolezza autentica e profonda di essere entrati a far parte di una famiglia che ha Dio come padre e che vive già nei cieli» (C.Carretto). Dio è nostro padre, e sa di quali cose noi abbiamo veramente bisogno. La pace profonda viene dalla certezza che queste cose che ci vengono dall’alto sono vere, sono la Verità della nostra vita.
Dalla grotta di Betlem partono le grandi strade della dignità umana e di una autentica conversione cristiana: il “pensare” Dio dà “peso” alla mia umanità, e non può non “pacificare” il mio cuore. Così «la gloria di Dio è l’uomo vivente» (sant’Ireneo). Mi piace concludere con le parole suggestive con cui il nostro padre vescovo Domenico Tarcisio Cortese nel 1991 chiudeva il suo messaggio natalizio:
Se sei in peccato, convertiti: Natale è grazia;
se hai dubbi, rafforza la fede: Natale è luce;
se sei triste, rallegra il cuore: Natale è gioia;
se hai dei nemici, riconciliati con loro: Natale è pace;
se hai degli amici, vai a trovarli: Natale è dialogo e armonia;
se sei orgoglioso, umiliati: Natale è umiltà;
se hai debiti pagali: Natale è giustizia;
se vivi nell’errore, correggiti: Natale è verità;
se porti rancore e odio, perdona: Natale è Amore;
se vedi intorno a te poveri, emarginati, offesi ed umiliati nella loro dignità di uomini, aiutali: Natale è solidarietà, è condivisione, è carità.
Così vivendo, la vita nuova di Betlem sarà feconda in ognuno di noi e saranno realizzate le beatitudini proclamate dal Signore Gesù e che hanno senso, perché proclamate da Lui che è la Verità e la Pace. Fratello, sorella, chiunque tu sia, se credi che l’Amore di Colui “che tutto move” smuove le nostre coscienze ed è la sola forza di persuasione, se credi che la Pace, dono del Bambino di Betlem e del Risorto di Gerusalemme, è possibile, tu hai Natale nel cuore. Una nuova vita sboccia partendo dal tuo cuore!
(*) Docente di Storia della filosofia e di Questioni di filosofia contemporanea dell’Istituto Teologico Calabro “San Francesco di Paola”, presso il Seminario San Pio X di Catanzaro – Direttore Archivio Diocesano Mileto, Nicotera e Tropea.

