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Intervista a mons. Christian Carlassare, il vescovo comboniano di Bentiu (Sud Sudan) che ha perdonato i suoi attentatori

“Il Natale? È la fraternità che nasce fra le ferite del mondo”

“Perdono per chi mi ha sparato, dal profondo del cuore e chiedo di pregare per la gente di Rumbek che sicuramente soffre più di me”. Mons. Christian Carlassare, ha chiesto perdono subito dopo essere stato gambizzato. La nomina di Padre Carlassare, a Vescovo di Rumbek in Sud Sudan è stata fatta da Papa Francesco, l’8 marzo del 2021 e dal 2024, guida la Diocesi di Bentiu. Questa porzione di Chiesa, conta 600 mila cristiani ci sono 7 parrocchie e altrettanti sacerdoti diocesani ma i battezzati sono in costante aumento. Le comunità tenute vive da laici, soprattutto catechisti. Il comboniano di Piovene, è il piu giovane vescovo del mondo, classe 1977. Il Sud Sudan è un paese molto povero, afflitto da ingiustizie, violenza e da molteplici divisioni etniche. Offre anche la testimonianza di un popolo ricco di fede, tenace e capace di sopportare tanto senza smarrire la speranza. Lo abbiamo raggiunto e ci ha risposto ad alcune domande. 

Mons. Christian Carlassare, oggi vescovo di Bentiu in Sud Sudan, il 25 aprile 2021 (un mese e mezzo dopo la sua nomina a vescovo di Rumbek) venne ferito gravemente alle gambe da un gruppo di persone piombate nella sua stanza.

Conflitti perenni, carestie, epidemie, inondazioni: il Sud Sudan vive una situazione umanitaria disastrosa, aggravata dall’instabilità politica. Cosa ci può dire in merito?

  Dici bene: conflitti, carestie, epidemie e inondazioni, ma il Sud Sudan è molto più di questo e la sua gente che spera. La sua gente, che chiede che finalmente, sia messa al proprio posto, nel senso di essere valorizzata come la vera ricchezza del paese e non quelle ricchezze come il petrolio, l’oro e le terre rare o altri minerali che fanno gola così tanto sia ai partner esterni, e al potere stesso, che fa mettere invece il bene comune, il bene della popolazione al secondo posto. Infatti, quello che ci fa più dolore questo disinteresse di questa popolazione che fa anteporre interessi privati o interessi di piccolo calibro al processo di liberazione, invece che dovrebbe essere in campo per questa popolazione soprattutto attraverso l’istruzione e lo si vede quanto l’ignoranza e la mancanza di scuole, la mancanza di insegnanti sia anche un modo per continuare a dominare piuttosto che permettere questo processo umano di liberazione che porterebbe davvero, finalmente il Sud Sudan a non essere più un paese impoverito, come invece è, ma essere ricco come invece è ricco di tante risorse, quindi non povero ma impoverito purtroppo, ma bisogna riconoscere la vera ricchezza, come dicevo anche nella lettera del Natale, è questa capacità di farsi dono e di amare ed è l’amore soprattutto che conosciamo da un Dio che si fa povero, come noi.

In prossimità del Santo Natale, come vive questo momento nella difficile realtà del Sud Sudan?

Mons. Christian Carlassare è nativo di Piovene Rocchette (VI) ed è religioso comboniano ed ha 48 anni.

  Viviamo questo tempo nell’attesa, proprio come si fa nell’Avvento, ma attesa di conversione, di riconciliazione, di pace, un’attesa che chiede preparazione, chiede un impegno dove ci si mette il cuore perché ci si crede che la pace sia possibile anche quando non sembra perché conosciamo quanto il cuore umano faccia fatica a vivere la fraternità, il perdono. Ma questa trasformazione, nasce soprattutto, nel cuore dei poveri, coloro che non sopravviverebbero, a meno che non vivessero la solidarietà, quindi anche in questo momento così difficile del Sud Sudan, sia a livello economico che sociale e anche nell’affrontare la catastrofe naturale dell’alluvione. Ecco la solidarietà in cui le comunità comunque vivono è un segno di speranza.

Nel messaggio per gli auguri del Natale, ha dato questo titolo: la fraternità nasce tra le ferite del mondo. Può esplicitare meglio questa sua affermazione?

  È certamente un’affermazione molto poetica, ma che nasce da questa coscienza che viene dall’incarnazione di Dio che è segno più radicale della sua prossimità verso di noi, e quindi, non un Dio lontano, ma un Dio che si fa vicino perché soffre per le sofferenze del mondo. Dio sceglie di venire nel mondo proprio dove l’umanità geme e attende, e quindi, anche noi probabilmente riusciamo ad incontrarlo bambino nuovamente proprio in quelle realtà dove ci sono delle ferite che hanno bisogno di cura, e quindi, non dovremmo mai fuggire da queste ferite che sono presenti nell”egoismo umano, ma dovremmo proprio farcene carico come un infermiere o un dottore si fa carico della sofferenza di un paziente, lo accompagna verso la guarigione. Un medico o un infermiere che ne fugge sarebbe davvero una controtestimonianza litterarum che va contro anche l’essere stesso del personale medico. Così immaginate anche come persone di fede come possiamo vivere la nostra fede se non essere a stretto contatto con queste sofferenze umani che chiedono liberazione.

Ha avuto modo di sentire Papa Leone?

  Sto seguendo molto quanto Papa Leone sta dicendo e facendo in molte occasioni e sento che sta portando avanti in modo forte anche l’apertura, la riforma di Papa Francesco e sa anche certamente, riordinare le carte sulla tavola per riuscire anche a rispondere alle sfide, alle domande di questo tempo. Non ho avuto ancora l’occasione di avere un incontro personale, di avere un dialogo e spero che questo sia possibile farlo presto. Probabilmente, anche con il nuovo anno.