Gli anziani soli rientrano oggi in quella categoria dei "nessuno", verso i quali il beato Francesco Mottola si è fatto portatore di speranza e di grazia
I volti della solitudine in una Chiesa in camminoL’eredità spirituale del beato Francesco Mottola è una risorsa straordinaria per la Chiesa che papa Leone XIV vuole “sinodale, che cammina, che cerca la pace, che cerca sempre la carità, e che cerca sempre di essere vicino specialmente a coloro che soffrono.”
L’eredità dei santi, infatti, fatta di insegnamenti, di testimonianze, di vita vissuta incarnata nella parola evangelica, esorta sempre a ricercare la santità e ad aprire grandi cammini di speranza (Benedetto XVI).

Don Mottola , assumendo gli ultimi come soggetti viventi della sua missione sacerdotale, ha incarnato una visione della chiesa che si fa prossima alla sofferenza umana da cercare e incontrare nei luoghi del drammatico degrado sociale . A lui si può ben dire: ”Ebbi fame e mi deste da mangiare; ebbi sete e mi deste da bere; fui straniero e mi accoglieste; fui nudo e mi vestiste; fui ammalato e mi visitaste; fui in prigione e veniste a trovarmi” (Matteo 25, 35-40).
Nel recente grande incontro giubilare, i giovani si sono sintonizzati all’urgenza di una chiesa che ha bisogno di rinnovarsi. Ai credenti s’ impone un rinnovamento nello spirito e nell’azione rivolto agli ultimi che incarnano il Cristo bisognoso di amore e donazione.
Alla luce della predetta eredità, dobbiamo leggere il presente per individuare i nuovi invisibili “nessuno, i nujiu”, per comprendere le sofferenze umane che sono intorno a noi e rappresentano il prossimo della porta accanto, per risvegliare nella mente e nel cuore la vocazione ad agire, dare gambe alle parole e trasformarle in azione. “E’ indispensabile prestare attenzione alle nuove forme di povertà e di fragilità in cui siamo chiamati a riconoscere Cristo sofferente” (Evangeli nuntianti). Ce lo impone la lettura dei segni del tempo con gli occhi della fede, senza smarrirci nelle quotidiane narrazioni dell’informazione volte ad addossare colpe ed omissioni “agli altri” senza richiamare il dovere individuale di farsi samaritano e protagonista del bene comune.
In questa riflessione il pensiero va agli scartati dal nuovo volto tra i sofferenti della solitudine.
Indagini sociologiche evidenziano che in Italia la solitudine considerata non come uno stato emotivo transitorio, è un fenomeno sociale diffuso che interessa persone non solo anziane ,tanto da essere definita “una vera e propria epidemia silenziosa” .

La società moderna, dominata da una perdita dei valori, causa di un crescente disorientamento esistenziale, consapevolmente o incoscientemente tende a nascondere “il bisogno” delle persone, promuove la cultura dell’individualismo, disintegrando il senso di comunità e di coesione sociale, mentre si rivela urgente la presenza operosa di sentimenti umani, culturali forti e capaci di non farsi soffocare dalle dinamiche del mercato.
Non è difficile incontrare i volti della solitudine. Possono essere tra la folla di una piazza o nel chiuso di una famiglia o di una struttura socio sanitaria. Sono quasi tutti con carenza o assenza di contatti e relazioni sociali, con sensazioni di vuoti emotivi , con l’apatia che rende estraneo ciò che si ha attorno. Solo la rabbia che brucia sulla loro pelle, per l’abbandono incomprensibile da parte degli affetti più cari, si ravviva frequentemente con inquietudine, urla il disagio e poi si acquieta nel silenzio, nel mutismo e nell’abbandono della fantasia.
Si stima che il 30% delle persone anziane sopra i 65 anni sperimenti la solitudine con rischi consequenziali sia sul piano psichico che fisico come, per esempio, depressione, ictus, declino cognitivo.
Da più parti della ricerca si afferma che la solitudine è la malattia del secolo per la quale il rimedio non è in farmacia, ma nella risposta e sensibilità sociale .
La solitudine ha bisogno di relazioni gratuite che esprimano vicinanza, comprensione, parola amica. Siamo tutti chiamati a essere portatori di speranza e di “grazia” verso quanti hanno interrotto i rapporti con il presente e non sentono un alito di futuro. Eppure, la vita per essere esistenza viva oltre la corporeità ha bisogno di presente e di futuro.

In questa “epidemia silenziosa” l’insegnamento e la testimonianza di don Mottola ha tanto da dirci e da spronarci ad agire nel nostro quotidiano, attento alle vicende umane . Certosini della strada non significa rimanere col passo fermo sul marciapiede a contemplare il nulla, ma a varcare la soglia dove c’è il dolore anche della solitudine per aiutare a trasformarla in atto di fede che è presenza di Dio, voce di amore e di speranza.
Il silenzio della solitudine con l’ assenza di suoni può offrire l’opportunità del silenzio interiore che estranea da ogni affanno, libera la strada tra terra e cielo. Diventa preghiera e ascolto della voce divina. Dio, parlandoci nel silenzio della solitudine, chiede uno sforzo di perfezione nella dimensione dell’amore per il prossimo.
Una testimonianza in tale senso ce l’ha offerta l’oblato Gino Scalise, con una lunga ed estrema solitudine vissuta nella propria abitazione , ma sconfitta con quella spiritualità irrorata nella sua vita dal Padre don Mottola. Immobilizzato su una sedia a rotelle senza nessuno accanto, lasciava aperta la porta di casa dalla mattina alla tarda sera. Si andava da lui a tenergli compagnia. Intratteneva specie i giovani da maestro, alla luce della parola evangelica. Si usciva dalla sua casa arricchiti delle sue parole e del profumo delle sue eroiche virtù.