La testimonianza di una pediatra americana di MSF
“«Ho fame! Ho fame!» Il grido dei bambini di Gaza che mi perseguita”I bambini di Gaza condividono una storia comune fatta di ingiustizia, fame, sfollamento e perdita. Ma ognuno di loro porta con sé una storia unica, indimenticabile. E poi ci sono testimonianze di tanti volontari, che arrivano direttamente al cuore e scuotono le nostre coscienze. “Quando sono entrata a Gaza – scrive Aqsa Durrani, medico pediatrico e membro del consiglio di amministrazione di Medici Senza Frontiere USA, con quasi vent’anni di esperienza in progetti umanitari -, i militari israeliani avevano una regola: mi è stato permesso portare solo sette libbre di cibo. Mentre appesantivo le barrette proteiche, cercando di andare sotto il limite, ho detto a mio marito: «Quanto è sinistro? »

Sono un operatrice umanitaria. Perché dovrebbe esserci un limite al cibo? Ho lavorato – ha proseguito -, in molti posti con estrema fame, ma ciò che è così sconvolgente in questo contesto è quanto sia crudele, quanto deliberato. Sono stata a Gaza per due mesi; non c’è modo di descrivere l’orrore di ciò che sta accadendo. E lo dico da medico pediatrico in terapia intensiva che vede morire bambini come parte del mio lavoro. Tra il nostro personale abbiamo medici e infermieri che cercano di curare i pazienti affamati, esausti. Vivono in tende. Alcuni di loro hanno perso quindici, venti membri delle loro famiglie. In ospedale ragazzi mutilati dagli attacchi aerei: braccia mancanti, gambe mancanti, ustioni di terzo grado. Spesso non ci sono abbastanza antidolorifici. Ma i bambini non urlano per il dolore, gridano: «Ho fame! Ho fame!». Odio concentrarmi solo sui bambini, perché nessuno dovrebbe morire di fame. Ma i bambini ti perseguitano in un modo diverso. Quando i miei due mesi sono finiti non volevo andarmene. È una sensazione che non provavo da quasi vent’anni di incarichi umanitari”. E il peso della vergogna: “Vergogna di lasciare i miei colleghi palestinesi, che erano tra le persone più belle e compassionevoli che abbia mai incontrato. Mi vergognavo come americana, come essere umano, di non essere riuscita a fermare qualcosa che è così chiaramente un genocidio. Ricordo quando il nostro autobus è uscito dalla zona cuscinetto. Dalla finestra da un lato potevo vedere Rafah, che era solo macerie. Dall’altra parte c’era un rigoglioso, verde: Israele”. Infine, un duro monito: “Quando siamo usciti dal cancello, la prima cosa che ho visto è stato un gruppo di soldati israeliani, seduti a un tavolo, che pranzavano. Non ho mai avuto così nausea vedendo una tavola piena di cibo”. A Gaza, scende la sera, ma la speranza rimane perché si possa vedere un’alba radiosa.