Esperienziale, accessibile, di comunità, religioso: sono i nuovi caratteri del Turismo 4.0, incamminato sulla "via della Bellezza"
Il turismo, risorsa culturale e spirituale
Il turismo è un fenomeno complesso e in continua evoluzione, ma dalle radici antiche. Già i Romani si recavano in località termali o balneari per rilassarsi e curarsi. Nel Medioevo, si diffusero i pellegrinaggi religiosi. Nel XVII secolo, il Grand Tour divenne una pratica comune tra i giovani aristocratici europei. Nel XIX secolo, il turismo di massa cominciò a svilupparsi, grazie alla diffusione dei nuovi mezzi di trasporto, per poi consolidarsi nel XX secolo con la creazione dei pacchetti turistici. Oggi, il turismo è uno dei settori più importanti dell’economia mondiale e nazionale. Da più parti il turismo attuale è stato ribattezzato Turismo 4.0, per l’uso sempre più frequente di tecnologie digitali avanzate volte a migliorare l’esperienza di viaggio dei turisti. Si va dunque verso un’offerta turistica sempre più personalizzata, somigliante ad un abito sartoriale da cucire addosso al turista/viaggiatore. È il turismo del futuro, il turismo esperienziale, a cui il mercato si sta adeguando.

Il turista contemporaneo desidera, infatti, vivere un’esperienza unica di viaggio, che esuli dalla sua quotidianità, ma che al tempo stesso possa rivestire di senso proprio quel quotidiano in cui egli è calato. Il turismo stesso è la ricerca di un significato quando la vita ne è svuotata, la ricerca di radici in un contesto culturale di perdita di identità. Perciò sempre di più il turismo predilige mete che parlino di un senso forte, di un’identità sicura, come i luoghi della fede, in cui “l’uomo senza Chiesa è sempre più attratto dalle chiese”. Inoltre, il turismo non rappresenta più un bene di lusso, ma un diritto universale alla pari degli altri, in quanto voce indispensabile, necessaria, di primaria importanza nella vita individuale e sociale.
Tuttavia esistono categorie di persone alle quali tale diritto viene negato: disabili e soggetti con bisogni speciali o complessi. Ecco allora la sfida/opportunità del turismo accessibile, che non rappresenta un segmento del turismo in generale, bensì è trasversale ad ogni tipo di turismo. Il mercato potenziale esprime cifre altissime: un miliardo di persone nel mondo, quasi 130 milioni in Europa e circa 10 milioni in Italia. Offrire itinerari e luoghi accessibili vuol dire fidelizzare tali categorie, che tendono anche a soggiornare più a lungo, nell’ottica di un turismo slow, e a spendere di più per i servizi richiesti. In tal modo, gli stakeholders territoriali potrebbero coniugare in maniera etica e intelligente il doing good-valore sociale e il doing business-valore economico.
Infatti, abbiamo bisogno di un turismo dal volto umano espresso in una formula oggi in voga: turismo di comunità. I suoi protagonisti non sono solo gli addetti ai lavori ma la comunità intera con i suoi valori, le sue memorie, le sue bellezze, la sua identità, la sua vita. Esso punta sull’autenticità dei luoghi: una vita comunitaria impregnata di valori quali la salvaguardia del creato, l’integrazione tra le generazioni, il rispetto per la vita, la solidarietà, la tolleranza, l’attenzione all’altro che rende il luogo più accogliente e meno chiuso. Su tutti questi aspetti sono chiamate a svolgere un ruolo chiave le strutture di accoglienza religiosa, le cosiddette “case per ferie”, gestite da ordini religiosi, diocesi e parrocchie, con l’obiettivo di un’accoglienza frutto del carisma evangelico.
L’ospite che bussa alla porta della comunità cristiana va percepito come “sacro” nella consapevolezza che l’uomo di oggi cerca luoghi dove fare esperienza di una Bellezza non solo estetica, ma che prenda anima anche nelle relazioni e nelle esperienze, in cui rintracciare possibili risposte alle tante domande che albergano da sempre nel cuore umano. Per questo, dunque, la modalità stessa in cui si visita l’arte cristiana non è indifferente, ma bisogna che sia accessibile a tutti da ogni punto di vista (fisico, cognitivo, linguistico, culturale) perché, come ha sottolineato Papa Francesco “tutti hanno diritto alla cultura bella! Specie i più poveri e gli ultimi, che ne debbono godere come dono di Dio”.

Ben venga, allora, una riflessione intorno a tali temi, ponendo l’accento anche sul ruolo sociale, pastorale, economico dei beni e dei musei ecclesiastici per i territori dove essi insistono e a beneficio della Chiesa tutta, anche in vista dell’interesse crescente per il patrimonio artistico cristiano, riscontrato negli ultimi anni. Tale interesse è un vero e proprio «segno dei tempi», da cogliere come “nuova” occasione di annuncio, laddove le opere d’arte sono ricche di comunicazione plurisensoriale e plurisemantica che ne fanno un grande veicolo di annuncio e di approfondimento della dottrina cristiana. Inoltre, l’arte cristiana può essere considerata un testo che ri-dice la parola di Dio e che lascia intravedere il religioso e la dimensione spirituale anche attraverso la precarietà esistenziale dell’uomo. Un ruolo decisivo in tal senso potrebbero rivestirlo anche i vari musei diocesani disseminati sul territorio nazionale. In particolare, essi possono divenire veicolo privilegiato per promuovere la conoscenza della storia della Chiesa e della fede cristiana, attraverso l’arte e la cultura, favorendo persino nei non credenti il rispetto della stessa cultura, nonché la consapevolezza dell’importanza della tradizione cristiana per la storia civile e l’identità di un territorio.
Sia l’abitante del luogo, ormai sempre più proveniente da culture e religioni diverse, sia il viaggiatore/pellegrino imparerà così a comprendere e ad amare la modalità con la quale le persone hanno abitato in quei luoghi nei secoli passati, trovando in essi anche una bussola per riorientarsi nella frammentata e dispersiva cultura odierna.

Qui in Italia, si respira una cura per l’umano che si è espressa specialmente con il linguaggio della bellezza, della creazione artistica e della carità senza soluzione di continuità. Tale bellezza, alimentata ininterrottamente nel corso dei secoli, chiede oggi continuità. Occorre innovare, ma sempre trovando ispirazione nell’incommensurabile patrimonio ricevuto in eredità dai nostri avi.
Nasce allora un’altra sfida: intendere il turismo religioso come quel momento di grazia, quel kairos, dove l’uomo è di per sé aperto all’annuncio. Quale migliore occasione da cogliere, allora, del Giubileo in corso? Particolarmente in questo “Giubileo 2025 – Pellegrini di speranza l’arte cristiana di ogni tempo è bussola per il pellegrino dell’Assoluto lungo la “via pulchritudinis” che apre al trascendente e conduce a Dio Creatore e Redentore. Altre interessanti realtà, da questo punto di vista, sono i Parchi Culturali Ecclesiali, che rappresentano dei sistemi territoriali volti alla promozione, al recupero e alla valorizzazione, attraverso una strategia coordinata e integrata, del patrimonio liturgico, storico artistico, architettonico, museale, ricettivo e ricreativo di proprietà ecclesiastica del territorio ove essi insistono.
Trasformare i territori in luoghi di esperienza della Bellezza è la grande scommessa, culturale prima che turistica, che una Chiesa fa nel dare vita ad un PCE. Nella società dei non-luoghi, la Comunità cristiana intende spianare la strada affinché i territori diventino locus Lucis in cui l’ospite si senta accolto e riconosciuto, dove si tessono situazioni in cui le relazioni sappiano offrire calore, dove il patrimonio di cultura e tradizione sappia stupire e le persone abbiano qualcosa da raccontare.
Infine un’ultima e stimolante sfida/opportunità è rappresentata dal turismo interreligioso: un prodotto turistico- culturale capace di raccontare le contaminazioni fra la cultura e la religione cristiana, islamica ed ebraica attraverso le tracce e la memoria dello sterminato patrimonio culturale materiale e immateriale disseminato praticamente su tutto il territorio del nostro Paese.
Il turismo, infatti, può essere anche un potente strumento di pace perché favorisce la comprensione reciproca, il dialogo interculturale e il rispetto tra le persone di diverse nazioni e culture. Quando viaggiamo, abbiamo l’opportunità di entrare in contatto con tradizioni, stili di vita e valori diversi dai nostri. Questo ci permette di abbattere stereotipi e pregiudizi, promuovendo una visione più inclusiva e aperta del mondo. Inoltre, il turismo può sostenere lo sviluppo economico delle comunità locali, riducendo le disparità economiche e creando opportunità di lavoro. Quando le persone vedono i benefici reciproci, si creano connessioni più forti e si riducono le tensioni. In conclusione, il turismo non è solo un modo per scoprire il mondo, ma anche per costruire ponti di comprensione e collaborazione tra le diverse culture.
(*) Docente Facoltà Teologica Meridionale – Napoli