Il difficile tema del suicidio nella Lettera pastorale del vescovo di Cassano all'Ionio, mons. Francesco Savino
“Tu sei atteso. Parole a chi soffre nel silenzio”“Perdonateci se siamo stati sordi al vostro grido, ciechi al vostro spegnervi, distratti mentre urlavate. E a te, che leggi con il cuore appesantito, forse in lotta col pensiero di arrenderti, voglio dire con tutta la forza dell’anima: tu sei atteso”. Le parole di Mons Francesco Savino, Vescovo di Cassano All’Jonio e Vice Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, arrivano direttamente al cuore, parole profonde e speranza.
“Tu sei atteso. Parole a chi soffre nel silenzio”. Questo il titolo della lettera al Popolo di Dio della diocesi della città delle terme, nella quale invita a non giudicare e a “non alzare muri di condanna” davanti al tema del suicidio. “Dinanzi al mistero lacerante del suicidio, ogni parola rischia di profanare il dolore ed ogni spiegazione di ridurre l’abisso”, sottolineando che “il silenzio che resta, quello è sacro, avvolge la sofferenza di chi è andato via e quella di chi resta con troppe domande”.

Il presule si rivolge a chi “che in queste ore convive con una anima triste fino alla morte; a te che in queste ore ti senti stanco e smarrito, svuotato, perché tutto ciò che hai donato non è bastato. A te che hai imparato l’arte del sorriso plastico e sorridendo nascondi la fatica. E sorridendo non chiedi aiuto. E sorridendo spegni quella voce che vorrebbe solo gridare”.
Per mons. Savino – che richiama alcune pagine del Vangelo – “Dio non è un mago che elimina il dolore ma è il prossimo di chi soffre; non cancella il grido, lo ascolta, non ignora le lacrime, le raccoglie. Dove il mondo passa oltre lui resta, dove gli uomini giudicano, lui risana. E allora sì, a voi che vi siete sentiti di troppo, anime spezzate, cuori silenziosi, vi chiediamo perdono. Tu sei voluto. Tu sei amato da sempre, da prima del primo tuo respiro. Il tuo dolore non è scandalo, è terra sacra. Merita ascolto, cura, tempo”. “Inginocchiamoci – è l’invito – dinanzi al mistero della sofferenza altrui, e con mani tremanti affidiamo quelle vite al Padre che raccoglie ogni lacrima nel cavo della mano (cf. Sal 56,9). Noi, Chiesa di Cristo, non vogliamo essere tribunale, ma rifugio. Non altare di perfezione, ma ospedale da campo. Una casa dai muri scrostati ma dalle porte spalancate, dove si può tornare anche feriti, anche senza forze, anche senza parole. Perché ogni frammento conta, ogni storia ha un senso, ogni ferita può fiorire. E allora, lasciami dirti ancora una volta: non è finita. Finché respiri, finché il tuo cuore batte, c’è speranza. Anche se tutto sembra crollare, anche se l’abisso ti chiama per nome, tu resisti. Resta”.